22/11/2011, 00.00
CINA
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Guangdong, esplode la protesta: “Basta con la dittatura”

Circa 5mila abitanti di Wukan, nella ricca provincia meridionale, scendono in piazza contro i brogli elettorali operati dal governo e la requisizione forzata delle terre. E, per la prima volta, chiedono la fine della “dittatura” del regime comunista. La Cina sempre più spesso teatro di scontri sociali.
Pechino (AsiaNews) – Circa 5mila persone si sono riversati ieri per le strade di Wukan, nella ricca provincia meridionale del Guangdong, per protestare contro la “mancanza di democrazia” in Cina e le “promesse non mantenute” del governo. I manifestanti hanno, per la prima volta, parlato in maniera aperta di “dittatura” da parte del regime comunista, cui hanno chiesto conto per la requisizione delle loro terre e per i brogli elettorali durante le ultime consultazioni locali.

Secondo una serie di messaggi comparsi su Weibo - la più popolare piattaforma per i “microblog” cinesi, che sostituisce il censurato Twitter nel Paese - migliaia di persone hanno manifestato contro le requisizioni di terre e la corruzione. Nelle foto diffuse sulla Rete si legge un cartello dei manifestanti che dice “Basta con la dittatura”. La Cina è teatro ogni anno di decine di migliaia di proteste sociali: in genere ad essere prese di mira sono le autorità locali, accusate di arricchirsi in maniera illecita con la vendita delle terre, mentre il governo centrale non viene criticato.

Uno dei manifestanti di Wukan ha affermato che il documento contro le requisizioni, che è stato diffuso nella zona nei giorni scorsi, è stato firmato da 4.500 persone. Un altro anonimo intervenuto su un microblog sostiene che i manifestanti erano “più di diecimila”. La manifestazione è stata pacifica e fino a questo momento non si ha notizia di arresti o di incriminazioni. Nei casi precedenti spesso le proteste sono sfociate in violenze, con assalti agli uffici governativi e attacchi alla polizia.

Subito dopo l’inizio delle proteste, il governo locale ha dichiarato di voler inviare una “squadra speciale” per ascoltare le ragioni dei manifestanti; ma questi hanno risposto che la proposta “non è sufficiente” e hanno chiesto “giustizia per i 12mila residenti, espropriati dei propri terreni senza alcuna compensazione”. La requisizione delle terre, che in Cina sono formalmente “proprietà del popolo” ma che in realtà vengono gestite dai dirigenti politici locali, sono per i governi municipali e provinciali la principale fonte di reddito.

Spesso le terre vengono requisite per essere vendute ai costruttori privati per alimentare l’impressionante crescita del settore immobiliare, che secondo gli economisti ha creato una “bolla” che sta per scoppiare. Negli ultimi due mesi, infatti, per la prima volta si è registrato in molte città - tra cui Pechino e Shanghai - un calo dei prezzi delle case. La legge obbliga le amministrazioni locali a pagare un compenso ai contadini espropriati ma gli indennizzi vengono considerati spesso non adeguati. In altri casi, le requisizioni sono messe in atto per far posto ai grandi progetti infrastrutturali, generosamente finanziati dalle grandi banche
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