24/11/2014, 00.00
IRAN-USA
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Chiudono oggi i dialoghi sul nucleare iraniano. Si pensa (e si spera) ad un prolungamento

Stati Uniti e Iran stanno affrontando gli ultimi scogli. Lo sdoganamento dell'Iran nella comunità internazionale potrebbe cambiare il volto del Medio Oriente, creando occasioni di pace in Siria, nella lotta contro lo Stato islamico, nella politica libanese. I nemici dell'accordo sono israele e Arabia saudita.

Vienna (AsiaNews/Agenzie) - Iran e Stati Uniti cercano vie per superare le difficoltà nei negoziati sul nucleare iraniano, la cui conclusione è fissata per oggi alle 24.  John Kerry, segretario di Stato Usa, e Mohammed Javad Zarif, ministro iraniano degli esteri, hanno avuto incontri alla vigilia per appianare divergenze.

Il problema è quello che si dicute da almeno 12 anni: avere la sicurezza che il programma nucleare iraniano abbia scopi pacifici (come afferma Teheran) e non bellici (come affermano i suoi nemici, soprattutto Usa, Israele e Arabia saudita). Per questo la comunità internazionale ha decretato embargo sul commercio con l'Iran e sanzioni finanziarie che hanno messo a dura prova l'economia la sua economia.

Da un anno, dopo l'arrivo alla presidenza di Hassan Rouhani, si sono riaperti i dialoghi in cui Teheran ha accettato la riduzione dei processi di arricchimento dell'uranio e maggiori controlli dell'Agenzia Onu dell'atomo; in cambio vi è stato un alleggerimento delle sanzioni.

Secondo voci a Vienna i punti su cui non c'è ancora accordo sono da una parte, il livello di arricchimento che dovrebbe raggiungere l'Iran che, in ogni caso, non vuole rinunciare all'energia nucleare; dall'altra la velocità con cui le sanzioni dovrebbero essere tolte.

La posta in gioco è grande perché permettendo all'Iran di ritornare a rapporti economici tranquilli con il mondo, potrebbe aprire nuovi spazi per gli investimenti occidentali; cambiare la configurazione del Medio oriente; trasformare la vita degli iraniani segnati da decenni dai problemi prodotti dall'embargo.

Una possibilità per la scadenza di oggi - suggerita sia da parte iraniana che statunitense - è quella che si definisca un quadro di accordo da precisare poi per un anno, prolungando di fatto i negoziati.

L'accordo metterebbe fine alle politiche di sospetto e di vendetta reciproche fra Iran e occidente, che hanno caratterizzato gli ultimi 35 anni, dopo l'episodio degli ostaggi all'ambasciata americana a Teheran.

Lo sdoganamento dell'Iran potrebbe aprire nuove collaborazioni con la comunità internazionale sul conflitto siriano - in cui Teheran è alleato di Bashar Assad - e sulla lotta contro lo Stato islamico, oltre che sulla politica libanese grazie all'influenza di Teheran sugli Hezbollah.

A questo quadro virtuoso si oppongono Israele e l'Arabia saudita.  Israele - soprattutto Benjamin Netanyahu - ha fatto della paura dell'Iran e della bomba atomica il collante delle sue vittorie elettorali, anche se diplomatici ed esperti Onu assicurano che Teheran è molto lontana dalla produzione di una bomba nucleare.

L'Arabia saudita teme non solo l'influenza iraniana  nel mondo islamico: lo sciismo di Teheran è culturalmente più elevato ed aperto del sunnismo wahabita e più attento ai problemi sociali. Ma Riyadh teme l'Iran anche come concorrente nella produzione di petrolio: nel caso di uno sblocco dei rapporti economici con la comunità internazionale, Teheran potrebbe aumentare la produzione di greggio riducendo la fetta di export dell'Arabia saudita, in un momento in cui il prezzo del barile di petrolio scende ogni giorno di più.

Anche in Iran vi sono nemici dell'accordo: sono le Guardie della rivoluzione, abituate al conflitto con l'occidente e a vivere del contrabbando fiorito attorno all'embargo. 

 

 

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