26/06/2015, 00.00
SIRIA - TURCHIA
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Lo Stato islamico attacca Kobane. Curdi accusano la Turchia di favorire il passaggio jihadista

Tre autobombe hanno colpito un punto di controllo alla periferia della città. Negli scontri morte 57 persone; in un villaggio a sud lo SI ha giustiziato 23 curdi siriani, fra cui donne e bambini. Ankara smentisce le accuse e parla di “propaganda nera”. Esperto mediorientale: gli attacchi “spettacolari” dello SI azioni “diversive” per sviare l’attenzione da Raqqa.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) - Un nuovo fronte di scontro si è aperto in queste ore fra Ankara e le milizie curde, sostenute dal movimento di opposizione interno, in merito all’attacco sferrato ieri dai miliziani dello Stato islamico (SI) contro la città siriana di Kobane. Nel gennaio scorso le Unità per la protezione del popolo (Ypg, i combattenti curdi in Siria) avevano strappato ai jihadisti, dopo una feroce battaglia, il controllo della città simbolo vicino al confine con la Turchia. Ieri i miliziani islamisti hanno lanciato tre auto-bombe contro un check-point e sferrato diversi attacchi nell’area, provocando morti e feriti. 

Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo con base a Londra e una fitta rete di informatori sul terreno, gli scontri avrebbero causato almeno 57 morti, di cui 32 fra le milizie curde e 22 nelle fila dei jihadisti. Le violenze sono continuate a lungo e i fondamentalisti avrebbero usato i cittadini come scudi umani. 

Nelle ore successive all’attentato, su internet sono iniziate a circolare voci secondo cui le vetture cariche di esplosivo e guidate dai jihadisti dello SI sarebbero passate in territorio siriano attraverso il punto di frontiera di Mursitpinar, in Turchia. Da qui si sarebbero poi diretti alla volta di Kobane. Sempre ieri in un villaggio a sud di Kobane lo SI ha giustiziato 23 curdi siriani, fra i quali vi sono anche donne e bambini. 

Utilizzando i social network, attivisti curdi hanno lanciato accuse contro la Turchia colpevole di favorire le operazioni dei jihadisti, utilizzando l’hashtag #TerroristTurkey che in poche ore è entrato nella top ten di twitter. Arin Shekhmos, un leader curdo siriano, ha dichiarato che lo Stato islamico è entrato in Siria dal punto di confine di Mursitpinar, accusando Ankara di complicità; egli ha aggiunto che i kamikaze jihadisti autori dell’attacco al check-point di Kobane indossavano uniformi dell’Ypg per sfuggire ai controlli. 

Finita nel mirino, la Turchia ha reagito con durezza alle accuse di favorire le operazioni dei miliziani, parlando di “propaganda nera” che mira a screditare il governo e le istituzioni di Ankara. Il vice-premier Numan Kurtulmus definisce una “bugia enorme” il passaggio di combattenti jihadisti attraverso i propri confini. Dal governatorato di Sanliurfa, regione di confine con la Siria, rilanciano informazioni “certe” secondo cui i membri dello SI si sarebbero “infiltrati a Kobane attraverso Jarablus, in Siria”, escludendo il passaggio dalla frontiera turca. 

Il botta e risposta giunge in un momento di tensione crescente fra Turchia e curdi siriani. Ankara accusa i combattenti curdi in Siria, che di recente hanno ottenuto importanti vittorie militari contro lo Stato islamico, di connivenze con il Partito dei lavoratori curdo (Pkk), protagonista per decenni di una lotta armata in Turchia in chiave indipendentista.

Al contempo, molte nazioni del blocco occidentale puntano il dito contro il governo turco, colpevole di non impegnarsi a sufficienza per fermare il flusso - in ingresso e uscita - di combattenti jihadisti lungo il confine con la Siria, attraverso una frontiera di oltre 900 km. Anche il movimento di opposizione interna turco Partito Democratico del Popolo (Hdp), vicino ai curdi e vera novità delle ultime elezioni parlamentari, punta il dito contro le autorità di Ankara le quali favorirebbero il passaggio dei miliziani alla frontiera. 

Per l’analista ed esperto di Medio oriente e movimenti jihadisti Charles Lister, del Brooking Doha Center, “gli attacchi inattesi e spettacolari”sferrati dallo SI a Kobane e Hassaké, nel nord-est della Siria, sono “operazioni diversive” che mirano e “sviare l’attenzione dei curdi da Raqqa”. Da qualche giorno, infatti, le milizie peshmerga sono a meno di 60 km dalla cosiddetta capitale del Califfato. 

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