24/09/2015, 00.00
ARABIA SAUDITA
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Pellegrinaggio alla Mecca, nuova strage: almeno 220 morti e più di 500 feriti

Durante una ressa, provocata da cause ancora da identificare, centinaia di pellegrini muoiono a Mina. Qui vengono allestite le tendopoli durante i grandi pellegrinaggi del mondo islamico. Nel frattempo, il padre di un giovane condannato a morte (decapitazione e crocifissione) invoca la grazia per il figlio al re saudita.

Riyadh (AsiaNews) – Almeno 220 vittime e più di 500 feriti gravi. È il bilancio, ancora provvisorio e purtroppo destinato a salire, di un incidente avvenuto nei pressi della Mecca nel primo giorno dell'Hajj, il tradizionale pellegrinaggio del mondo musulmano. Oggi si celebra Eid al-Adha, la “festa del sacrificio”, primo evento della ricorrenza che attira milioni di pellegrini da tutto il mondo nei luoghi santi dell’islam.

Secondo le autorità saudite le cause sono ancora da chiarire: in ogni caso, una fuga precipitosa avvenuta a Mina – tendopoli a meno di cinque chilometri dalla Mecca – ha causato la maggior parte delle vittime e dei ferimenti. Le operazioni di recupero sono in corso, spiegano ancora i funzionari, ma l’enorme numero di persone coinvolte renderà il tutto più complicato. Il 12 settembre scorso, una gru si è abbattuta sulla Grande Moschea della Mecca uccidendo almeno 110 persone. L'attrezzo era stato montato per alcuni lavori di restauro necessari prima dell'arrivo della maggioranza dei pellegrini.

La cittadina di Mina si trova lungo la strada che va dal centro della Mecca alla zona pianeggiante di Arafat, dove si erge tuttavia una piccola collina di granito nota come “Monte della Misericordia”. Qui, secondo i testi sacri musulmani, Adamo ed Eva si sono ritrovati dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Sempre in questa zona di trova il “Ponte delle Jamarat” dal quale, nell'ultima notte di pellegrinaggio, i fedeli compiono il rito della "lapidazione del demonio".

Il disastro avvenuto nel primo giorno della grande festa islamica non sembra però poter fermare il boia saudita. Il padre di Ali al-Nimr (condannato a morte per aver partecipato, a 17 anni, alle proteste della Primavera araba) si è appellato direttamente a re Salman per ottenere la grazia per il figlio.

Secondo diversi attivisti per i diritti umani, la condanna a morte del giovane – che prevede la decapitazione e poi la crocifissione – si basa su confessioni estorte con la tortura. Secondo il padre, Mohammed, se l’esecuzione avverrà la minoranza sciita potrebbe reagire male: “Una cosa che noi non vogliamo in alcun modo. Neanche un’altra goccia di sangue deve essere versata”. Nei primi 9 mesi del 2015 il Regno ha eseguito 133 condanne a morte, in netto aumento rispetto alle 87 del 2014. 

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