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  • » 07/11/2016, 14.43

    ASIA - M. ORIENTE - USA

    L'Asia con disincanto davanti alle presidenziali Usa



    In gioco rapporti economici, alleanze militari e interessi strategici. La Clinton vista come naturale prosecuzione delle politiche di Obama. Trump è giudicato un candidato “imprevedibile”, che però piace a Cina e Corea del Nord. Secondo un sondaggio in Medio oriente la metà degli interpellati non voterebbe alcun candidato. Ma le scelte di Washington continueranno a condizionare la regione. 

     

    Washington (AsiaNews) - Rapporti economici, alleanze militari, interessi strategici e ripercussioni sulla politica mondiale. Alla vigilia delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti anche l'Asia guarda a Washington e al futuro inquilino della Casa Bianca; una tornata elettorale che, stando agli ultimi sondaggi, vedrebbe favorita (di poco) la democratica Hillary Clinton sul rivale repubblicano Donald Trump.

    Nei Paesi del Medio oriente e fra i cittadini della regione il sentimento predominante verso le imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti è quello dell’indifferenza, come emerge da una ricerca pubblicata in questi giorni da ArabNews in collaborazione con YouGov. Effettuata in 18 nazioni dell’area e del Nord Africa, tutte a maggioranza musulmana, la ricerca mostra che quasi la metà degli interpellati non voterebbe né Hillary Clinton, né Donald Trump, disertando le urne. Fra quanti esprimono una preferenza prevale invece a larga maggioranza la candidata democratica (44% dei votanti), solo il 9% opta per il rivale repubblicano. 

    Medio Oriente

    Al disinteresse diffuso fa da contraltare (per il 91% degli interpellati) la consapevolezza che le elezioni avranno  delle ripercussioni sul mondo arabo. 

    In Egitto, nazione che nel 2008 aveva seguito da vicino l’ascesa di Barack Obama, la mente dei cittadini è rivolta ai problemi di politica interna e di economia. Di Trump circola l’opinione che sia “ostile” verso i musulmani. Ma, secondo i più, un candidato vale l’altro. 

    Maggiore interesse sembra esserci invece in Iraq, un Paese che è cambiato dal 2003 a oggi proprio in conseguenza dell’intervento e delle politiche statunitensi. Alcuni, pur accusando i repubblicani dell’invasione ai tempi di George W. Bush, sembrano prediligere Trump, giudicato più adatto “nella lotta al terrorismo”.

    Altri ancora ricordano le scelte “controverse” della Clinton quando era segretario di Stato durante il primo mandato di Obama. Ed è proprio la politica estera Usa la principale responsabile, a loro dire, del caos che è seguito nella regione dopo le rivolte della Primavera araba. 

    Diversa la situazione negli altri Paesi del Golfo: secondo Abdel Khaleq Abdullah, analista con base negli Emirati Arabi Uniti, le potenze della zona tifano per la vittoria della Clinton perché “più addentro alle questioni regionali”. 

    In Arabia Saudita e negli Emirati (Eau) l’auspicio diffuso è che il successore rompa la politica di [parziale] apertura verso l’Iran e l’accordo sul programma atomico di Teheran. Dal futuro inquilino della Casa Bianca si attendono politiche più dure verso la Repubblica islamica. Uno scrittore e intellettuale saudita ricorda che la Clinton è conosciuta e “ha idee più chiare in politica estera, mentre Donald Trump è assolutamente imprevedibile”. 

    Sud-est asiatico

    Diversi analisti nelle Filippine reputano che Hillary Clinton sia il candidato migliore per il Paese, in quanto preserverebbe lo status quo. Il protezionismo annunciato da Donald Trump, invece, potrebbe danneggiare l’azione delle compagnie americane all’estero. In ogni caso, l’inviato delle Filippine per il commercio con Washington ha dichiarato oggi che l’economia di Manila sarà “okay” a prescindere dall’esito delle elezioni del presidente americano.

    In Cambogia, Hun Sen, primo ministro e leader da 30 anni, si è schierato in modo aperto a favore di Trump: “Voglio davvero che vinca le elezioni. Se vince, il mondo cambierà in meglio perché Trump è un uomo d’affari e gli uomini d’affari non vogliono mai la guerra”.

    Quasi per gli stessi motivi, Charl Kengchon, direttore di un famoso centro di ricerca della Thailandia, afferma: “Credo che nel lungo termine Hillary Clinton sia preferibile per la Thailandia, dato che si basa sulle politiche commerciali”.

    Asia dell’Est

    In Cina, le elezioni americane sono seguite con attenzione, ma anche con un senso di presa in giro e di superiorità. In generale, sembra che ai cinesi – quelli in Cina e quelli emigrati in America – piaccia più Trump perché ha le caratteristiche dell’uomo forte e perché è visto come un pragmatico. La Clinton, invece è guardata e temuta come una politica che ha sempre criticato la Cina. 

    Il Global Times, pubblicazione legata al Quotidiano del popolo, organo del Partito comunista cinese, depreca la “dubbiosa” campagna elettorale e la democrazia Usa. Gli scontri e i colpi bassi, gli scandali sessuali e le accuse reciproche dei due candidati Usa sembrano dare ragione alla leadership del Paese che disprezza la democrazia occidentale. Il giornale accusa anche i media americani di essersi schierati in modo “sbilanciato” sulla Clinton, mostrando “la natura venale della democrazia americana”, per l’appoggio che Wall Street fa della ex segretaria di Stato.

    Vi sono però blogger e soprattutto giovani che apprezzano anche questa campagna rovinosa. “Due cattivi candidati – ha postato Hu Xingdou – sono meglio di un grande dirigente di un Paese non democratico”.

    Ricerche condotte in Giappone mostrano che l’88% dei giapponesi opterebbe per Hillary Clinton. Chiedendo di scegliere tre attributi per ogni candidato, i giapponesi identificano Trump come: “arrogante”, “imprevedibile” e “controverso” mentre riservano alla Clinton qualità come: “ben preparata”, “diplomatica” e “costante”. 

    Kim Jong-un, leader della Corea del Nord non ha commentato pubblicamente le elezioni presidenziali americane. Sui giornali nordcoreani si loda Trump e lo si definisce un “saggio politico” aperto al dialogo, forse per criticare l’operato di Barack Obama. 

    In Corea del Sud gli abitanti non vedono di buon occhio il candidato repubblicano per la sua poca tolleranza verso le minoranze etniche e per le sue minacce di aumentare i costi di mantenimento delle truppe americane in territorio sud coreano.

    Asia del Sud

    Tutti i Paesi dell’Asia del sud hanno seguito con interesse e dovizia di particolari il dibattito elettorale negli Stati Uniti. Alcuni giornali locali si sono schierati apertamente con l’uno o con l’altro candidato, altri sono rimasti più “tiepidi” nelle analisi politiche.

    In India, la maggioranza delle testate si è schierata a favore di Hillary Clinton. In un articolo apparso oggi sul First Post, Donald Trump è dipinto come “uomo d’affari-convertito in produttore televisivo-convertito in politico, che ha la reputazione di litigioso arrogante e instancabile, tipico evasore fiscale, incapace di trattare le donne con rispetto…in breve, il perfetto prototipo del bullo dei film americani con cui nessuno vuole avere a che fare, figuriamoci averlo come comandante supremo”. I giornali indiani sottolineano anche la posizione del candidato repubblicano sulla politica migratoria e contro i musulmani. Alcuni commentatori hanno definito come un “insulto” il discorso pronunciato da Trump in Florida sul “più grande furto di lavoro della storia”, cioè la delocalizzazione di imprese americane in India e Cina. 

    Anche in Pakistan la maggior parte dei commenti è a favore della candidata democratica. Sul Dwan, Hina Rabbani Khar, ex ministro degli Esteri, l’ha definita “la candidata più idonea, rispettabile, con esperienza e sensibilità”.

    In Bangladesh, l’elezione di Hillary rappresenterebbe la continuazione delle politiche di Obama; al contrario, Trump è visto come una “incognita”. I giornali riportano i sondaggi effettuati nelle settimane precedenti al voto, secondo i quali la maggioranza dei datori di lavoro americani preferirebbe Trump in tema di assistenza sanitaria (55% di consensi), tasse (66%) e commercio (55%). Allo stesso tempo, il Dhaka Tribune riporta l’opinione di accademici, per i quali il magnate newyorkese è la scelta più “preoccupante, pericolosa e distruttiva per gli Stati Uniti”.

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