09/06/2008, 00.00
MYANMAR

La giunta birmana blocca la fuga dei disperati

Una barca con 65 persone bordo, fra cui donne e bambini, è stata intercettata e fermata dalla marina militare. È il primo caso ufficiale di boat-people che cercano di abbandonare il Paese, nel quale è ancora oggi difficile portare aiuti a causa della chiusura imposta dal regime al potere.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – La marina militare birmana ha fermato 65 persone, fra le quali 20 donne e 15 bambini, che a bordo di un’imbarcazione cercavano di fuggire da Bogalay, città nei pressi del confine con la Thailandia, segnata dal ciclone Nargis, abbattutosi il 3 maggio scorso sul Myanmar. Secondo l’associazione umanitaria Network for Democracy and Development – Ong con sede al confine fra Thailandia e Birmania – la barca dei disperati è stata intercettata lo scorso 2 giugno nei pressi dell’isola Zardatgyi, a ovest della città di Kawthaung: “I boat-people avevano lasciato Bogalay a bordo di una imbarcazione il 24 maggio, cercando rifugio in uno dei campi profughi al confine con la Thailandia”.

I disperati hanno perso case ed effetti personali a causa del ciclone Nargis, che ha sconvolto le regioni costiere al centro del Paese lasciandosi alle spalle oltre 133mila fra morti o dispersi. A un mese dalla tragedia sono ancora numerose le popolazioni che non hanno ricevuto alcun aiuto, in particolare nelle zone del delta dell’Irrawaddy. “È il primo caso di cui veniamo a conoscenza – affermano i funzionari del NDD – di persone che cercano di abbandonare i villaggi d’origine”.

Il Myanmar, retto da una giunta militare al potere dal 1962, è teatro di continui tentativi di fuga da quando il regime ha represso nel sangue le rivendicazioni del movimento che si batte per la democrazia; nel 1988 i militari hanno massacrato 3mila persone e arrestato migliaia di attivisti che chiedevano maggiore libertà e diritti umani.

Ad oggi più di un milione di birmani lavorano nella vicina Thailandia in condizione di clandestinità o semi-clandestinità, mentre centinaia di migliaia vivono in centri di accoglienza temporanea nei pressi del confine fra i due Paesi, in attesa di un ritorno alla democrazia. A causa degli effetti devastanti provocati dal ciclone è ipotizzabile un nuovo esodo di massa, considerato anche l’atteggiamento di chiusura della giunta al potere che, a tutt’oggi, impedisce l’ingresso di associazioni umanitarie internazionali. “Il numero delle vittime è destinato a salire – sottolineano i portavoce del NDD – almeno sino a quando non sarà possibile entrare nel Paese e portare aiuti concreti alla popolazione”, che versa in condizioni disastrose. Secondo l’Irrawaddy Magazine – un mensile che si occupa delle questioni birmane edito in Thailandia – vi sono almeno “100 vittime del ciclone che, dal delta del fiume e dalla capitale Yangon, hanno viaggiato sino a Mae Sot, al confine con la Thailandia, in cerca di aiuto e soccorso”.

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