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» 20/09/2008
ASIA
In Asia c’è sempre meno libertà religiosa
In aumento le violazioni sistematiche e gravi della libertà di fede, anche da parte delle autorità. E’ quanto emerge dal rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa. Nell’ultimo anno sistematiche persecuzioni in Cina e Myanmar, ma gravissima anche la situazione in India.

Hong Kong (AsiaNews) – Peggiora la situazione della libertà religiosa in Asia, specie in Cina ma anche nella democratica India, secondo l’annuale rapporto del Dipartimento di Stato Usa sulla libertà religiosa nel mondo.

Il rapporto, pubblicato ieri, critica Pechino anzitutto per la repressione in Tibet seguita alle proteste di marzo, con centinaia di arresti e condanne, monaci cacciati dai monasteri e costretti a partecipare  a “campagne di educazione patriottica” e a firmare documenti contro il Dalai Lama. Nonché per i frequenti arresti e condanne contro la popolazione islamica uighuri dello Xinjiang, anche soltanto per il possesso di testi religiosi non autorizzati o per la partecipazione ad attività religiose e con il divieto di pratiche religiose tradizionali, come il digiuno per il Ramadan.

Il periodo prima delle Olimpiadi di Pechino, poi, ha visto aumentare il controllo e la persecuzione sui media e contro ogni attività religiosa non statale, con chiese sbarrate, esponenti religiosi arrestati o confinati lontano dalle città olimpiche, fedeli di altri Paesi espulsi.

Ma quest’ultimo anno è stato difficile per l’intera Asia e ha visto continuare una repressione sistematica contro la religione in Corea del Nord e Myanmar, dove governi dittatoriali vogliono impedire ogni forma di dissenso e di possibile contestazione. Nel settembre 2007 decine di migliaia di monaci buddisti birmani hanno contestato la dittatura militare, che ha risposto con uccisioni, torture e carcerazioni e ponendo i principali monasteri sotto sorveglianza. Grave la situazione anche in Iran dove ogni dissenso dalla fede islamica ufficiale è spesso punito come “offesa alla religione”, con frequenti arresti e discriminazioni e un controllo sistematico dei media.

Aggressioni e violenze della maggioranza islamica contro le minoranze, anzitutto cristiane, sono continuati anche in Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Malaysia e Indonesia (dove sono state anche chiuse numerose chiese cristiane e moschee ahmadi). In Laos molte autorità locali hanno proseguito a perseguitare i cristiani, anche cercando di “rieducarli”. In Turkmenistan e Uzbekistan ogni attività religiosa deve essere autorizzata, anche solo incontrarsi per pregare: il governo concede con difficoltà i permessi ad alcuni gruppi religiosi e ne punisce le attività con prigione e multe.

Nella democratica India da molti mesi ci sono sistematici attacchi di estremisti indù contro le minoranze religiose, specie cristiane. Nello Stato dell’Orissa, governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata, nel solo periodo di Natale 2007 sono stati assaliti e bruciati oltre 100 chiese e istituti religiosi e più di 700 case di cristiani, con la polizia che è intervenuta di rado e in ritardo e i cristiani costretti a fuggire nella foresta per evitare pestaggi e linciaggi (nella foto: un sacerdote aggredito). La scarsa reazione di governo e polizia ha poi diffuso una convinzione di impunità e favorito il ripetersi delle aggressioni che, secondo enti per la tutela dei diritti, sono funzionali all’affermazione politica dei partiti nazionalisti indù in vista delle elezioni politiche del 2009. Molti Stati, poi, hanno mantenuto o introdotto le famigerate “leggi anticonversione”, che in pratica puniscono chi converte un indù a un’altra fede e sono spesso utilizzate per giustificare violenze e arresti contro credenti non indù.


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