16/10/2008, 00.00
CINA

Le prigioni “invisibili” di Pechino per chi protesta in modo legale

Chi presenta petizioni contro le autorità spesso è arrestato e detenuto in camere di albergo, con la complicità dei proprietari, in attesa del rimpatrio. Ma attivisti per i diritti denunciano le detenzioni illegali e vanno a liberare i prigionieri.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Detenuti “di nascosto” in prigioni “invisibili”. Succede a molti che vengono a Pechino per presentare petizioni al governo, diritto riconosciuto a tutti i cinesi, ma contrastato con forza dalle autorità. Ora gruppi per la tutela dei diritti denunciano gli alberghi con funzioni di carcere.

Xu Zhiyong, docente di diritto presso l’Università di Pechino per Poste e telecomunicazioni, spiega che ha ricevuto una richiesta di aiuto da persone tenute sottochiave in camere dello Youth Hotel in via Taiping, vicino al Parco Taoranting. Con altri ha raggiunto l’albergo, dove hanno trovato reclusi una trentina di autori di petizioni, specie dell’Henan.

Wang Jinlan di Pingdingshan racconta al South China Morning Post che l’hanno tenuta prigioniera per due giorni, prima che il 22 settembre arrivassero gli attivisti a liberarla. Lo Youth Hotel è uno dei 4 alberghi che, secondo fonti locali, ha fama di essere utilizzato per rinchiudere chi vuole protestare, in attesa di rimpatriarlo. Gli attivisti dicono che gli albergatori ricevono 150 yuan al giorno (circa 15 euro) per ogni “recluso”, più della retta ordinaria di 120 yuan.

E’ tipico del sistema cinese che cittadini insoddisfatti vengano a Pechino per presentare “petizioni”, vere doglianze e atti di accusa contro malefatte delle autorità locali. Ma i leader di provincia vogliono evitare che Pechino sia informata. Così, con l’aiuto della polizia o di picchiatori, intercettano chi va nella capitale a protestare, lo fanno anche percuotere e arrestare. Ha destato clamore il caso della donna di 54 anni di Nanchang (Jiangxi) arrestata a Pechino il 14 luglio per avere presentato una petizione, che il giorno dopo, mentre era portata al treno per essere rimpatriata, si è uccisa – dice il rapporto della polizia – gettandosi da un ponte vicino alla stazione ferroviaria. A Pechino, durante le Olimpiadi, migliaia di presentatori di petizioni sono finiti in carcere, mentre molti altri sono stati subito rimpatriati.

Prima, queste persone erano tenute in appositi “centri di custodia”, in attesa del rimpatrio. Ma nel marzo 2003 il giovane grafico Sun Zhigang in un simile centro, a Guangzhou, è stato picchiato a morte dai custodi. Ne è scoppiata una protesta popolare che ha causato l’abolizione di questi centri. Ora sono rimpiazzati da queste prigioni invisibili, “ancora peggiori perché – dice Xu – è una detenzione illegale”, non prevista dalla legge e attuata contro chi esercita il diritto di fare petizioni. Albergatori e picchiatori hanno percosso Xu più volte, quando è venuto a smascherarli. Ma non si arrende. Dice che “combatteremo questo tumore fino a farlo sparire”.

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