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    » 12/05/2009, 00.00

    INDIA

    Incertezza sui risultati delle elezioni in India

    CT Nilesh

    Domani l’ultima delle cinque tornate elettorali. I risultati attesi per il 16 maggio. Alcune previsioni danno gli indù del Bharatya Janata Party in ascesa ed il Congress, del premier uscente Menmohan Singh, in calo. Per la formazione del prossimo governo saranno decisive le alleanze.
    Mumbai (AsiaNews) - Per poter consultare 750 milioni di elettori ci sono voluti cinque turni e cinque settimane. Il primo turno ha affrontato i posti più difficili, quelli controllati dai Maoisti che si sono fatti sentire con attentati ai convogli della polizia ed intimidazioni agli elettori. I risultati saranno resi noti ad iniziare dal 16 maggio. In India sono proibiti i sondaggi all’uscita dei seggi. Ma i giornali hanno già azzardato alcune previsioni.
     
     La prima considerazione è che non ci sono mai stati così tanti partiti in lista come questa volta: sono più di una trentina quelli che hanno mire nazionali, cioè di essere rappresentati al parlamento di Delhi. Ma i grossi schieramenti o blocchi si possono ridurre a quattro: i due partiti così detti nazionali, l’India National Congress (Inc) ed il Bharatya Janata Party (Bjp); i tre partiti comunisti che sono ben rappresentati in Kerala e West Bengal e presenti in molti altri stati; i nuovi partiti dei fuori-casta sviluppatisi nell’ultimo ventennio ed al governo nel Bihar ed in Uttar Pradesh.
     
    Un’altra osservazione è che le due alleanze che prima costituivano il governo, United Progressive Alliance (UPA) e l’opposizione National Democratic Alliance (NDA) si sono praticamente dissolte, con qualche eccezione, ed ogni partito si è presentato da solo all’elettorato.
     
    Le previsioni apparse in queste settimane temono la perdita di una ventina di seggi per il partito del Congress ed un aumento di una decina del Bjp. Quindi si prevede un arrivo al photo-finish.
     
    I due partiti nazionali si assicureranno ognuno circa 150 seggi. Chi dei due avrà la fortuna di qualche seggio in più avrà l’incarico di cercare gli alleati per mettere assieme la maggioranza di 272 per formare il governo per i prossimi cinque anni. Allora si assisterà ad una corsa alle poltrone ministeriali. Molti partiti che si dichiarano laici non disdegneranno di mettersi col Bjp, come era successo, per esempio in Orissa col partito di Naveen Patnaik (Biju Janata Dal, Bjd) che per undici anni si associò al Bjp per poi abbandonarlo alla vigilia di queste elezioni.
     
    I comunisti, che per quattro anni sono stati al governo col Congress e poi l’hanno lasciato per protesta contro il patto nucleare con gli Stati Uniti, parlano di una possibilità di governo senza Congress e senza Bjp, con un’alleanza coi partiti dei fuori-casta.
     
    Un’altra alternativa ventilata sarebbe che i comunisti ritornino col Congress, ma a condizione che quest’ultimo rinunci al presente capo del governo Manmohan Singh.
     
    Il segreto della vittoria del Bjp nella precedente legislatura (1998) è stato che per primo aveva capito la necessità di fare coalizioni, mentre il Congress si era illuso di poter fare ancora da solo.
    Ogni giorno i media speculano sulle possibili alleanze. Soprattutto si osservano i discorsi e le mosse di Rahul Gandhi, 36, figlio celibe di Sonia Gandhi e segretario generale del Congress. Tutta la famiglia Gandhi si è impegnata a fondo nella campagna. Sonia, leggendo i suoi discorsi in un impeccabile Hindi, Priyanka, sposata con due figli, molto osservata per i suoi sari, per la sua affabilità e per la somiglianza alla nonna Indira; ma soprattutto Rahul, ritenuto l’erede politico della dinastia Nehru-Gandhi col suo sorriso sornione ed un parlare schietto.
     
    Nel campo del Bjp il candidato ufficiale è sempre stato LK Advani, uscito dai quadri della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), che però ha passato gli 80, che posa come un laico, ma che ancora promette la costruzione di un tempio nazionale al dio Rama al posto della distrutta moschea Babri ad Ayodya. Recentemente però si è rispolverata la candidatura di Narendra Modi, (si dice per il 2014, ma si fa capire che c’è sempre un sostituto ad Advani). Egli è l’attuale primo ministro dello stato del Gujarat. Sotto inchiesta per il suo ruolo nei disordini del 2002, in cui persero la vita 2000 musulmani, Modi si vanta dello sviluppo economico del suo Stato, di aver portato acqua potabile ed elettricità in tutti i villaggi del e di essersi accaparrato la fabbrica della famosa utilitaria Nano.
     
    I molti partiti regionali, più o meno nazionalisti-indù o laici-socialisti, sono disposti ad andare a destra od a sinistra secondo la convenienza di avere qualche poltrona a Delhi o qualche vantaggio locale. Per esempio lo Shiv Sena di Mumbai, nazionalista-indù, appoggerebbe volentieri la candidatura di Sharad Pawar come primo ministro. Originario del Maharastra e membro del Congress, Pawar ne uscì per protesta contro la candidatura della straniera-italiana Sonia Gandhi. Dopo aver fondato il suo partito National Congress Party (Ncp), finì per accettare l’offerta di ministro dell’agricoltura nel governo di Manmohan Singh.
     
    Un altro esempio di politica del tornaconto è la signora Mamata Banarjee . Espulsa, nel 1997, dal partito del Congress per indisciplina, ha fondato il suo  partito, Trinamul Congress, a Calcutta ed ha condotto una continua battaglia al governo comunista del West Bengal associandosi al Bjp. Ora, durante la campagna elettorale si è associata al Congress, così che quest’ultimo a Delhi spera nell’appoggio dei comunisti, mentre a Calcutta li combatte con la Banarjee.
     
    Le previsioni sono sempre difficili, particolarmente in una nazione così vasta e variegata come l’India che molte volte ha capovolto le previsioni, sconfiggendo anche Indira Gandhi nel ‘77 e confermandola pochi anni dopo.
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