31/12/2009, 00.00
FILIPPINE - ISLAM
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Migrante filippina in Arabia Saudita: sfruttata e derisa per la sua fede

di Santosh Digal
Collaboratrice domestica filippina definisce “ una prigione” la sua esperienza in Arabia Saudita. Per sette mesi non le è stato concesso di uscire o di avere un letto dove dormire. A causa della sua fede cristiana le è stato ridotto lo stipendio. Obbligata a digiunare durante il Ramadan.

Manila (AsiaNews) – “La mia vita in Arabia Saudita è stata come una prigione e l’angoscia di quei momenti è stata insopportabile”. È quanto racconta Norma Caldera, collaboratrice domestica filippina emigrata per lavoro in Arabia Saudita e fuggita dopo sette mesi  di continui soprusi dovuti alla sua fede cattolica. “Ogni giorno mi alzavo presto per pregare – continua – e ogni volta che i colleghi e i datori di lavoro mi vedevano pregare iniziavano a insultarmi e deridermi per la mia fede cristiana”.   

Come altri 10milioni di filippini, Norma è stata costretta a lasciare il suo Paese per cercare lavoro all’estero. Per 17 anni ha lavorato ad Hong Kong, ma la crisi l’ha costretta di nuovo a partire per recarsi in Arabia Saudita a lavorare come domestica in una famiglia. Nel Paese Arabo lavorano circa 200mila filippini. Questi oltre a essere sfruttati e mal pagati, subiscono violenze verbali e fisiche a causa della  fede cristiana. L’ultimo caso riguarda una ragazza, Sylviana Hugilon Basera, morta in circostanze misteriose. Finora le autorità saudite hanno rifiutato di fornire spiegazioni sulla sua morte e di restituire alla famiglia la salma che giace da mesi in un obitorio.

“Quando ho detto ai miei datori di lavoro che ero cattolica e che volevo morire cattolica, la prima cosa che hanno fatto è stata abbassarmi lo stipendio da 1000 euro a 700”, racconta  Norma. “Durante il Ramadan – continua –  mi hanno costretto a digiunare insieme a loro. Per me era difficile lavorare con gli stessi ritmi senza poter mangiare . Ma purtroppo non avevo scelta”. La donna aggiunge che nei sette mesi di lavoro non le è stato concesso di uscire, nemmeno per andare a messa la domenica. Inoltre lei non aveva una sua stanza o un letto dove dormire. L’unico luogo per riposare era il pavimento della cucina o una tenda piantata nel giardino di casa.  

“Ho vissuto questa circostanza pregando e avendo fede in Dio – continua la donna - ero disposta a fare questo sacrificio per poter far studiare le mie due figlie”.  

Lo scorso 29 dicembre la donna ha fatto ritorno nelle Filippine, cinque mesi prima della scadenza del contratto. Norma dice che ora tenterà di trovare un impiego in patria oppure in un altro Paese non islamico.

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