14/01/2005, 00.00
INDIA

India, sono i pescatori ad aver sofferto di più per lo tsunami

Nirmala Carvalho

Un religioso accusa il governo responsabile del disastro e chiede maggiore collaborazione per aiutare i pescatori a riprendere il lavoro.

Nagapattinam (AsiaNews) – Nei tre Stati del sud dell’India colpiti dallo tsunami (Tamil Nadu, Andhra Pradesh e Kerala) i maggiori danni li hanno subiti i pescatori: oltre ai loro famioliari, essi hanno perso le case, le loro barche sono state distrutte e ora non hanno alcun mezzo per sopravvivere. A denunciarlo è p. Thomas Kocherry, religioso indiano nato a Chambakkulam, nel Kerala capo e del World Forum of Fisher People (movimento che si batte per i diritti dei pescatori), sottolineando che “nel solo Nagapattinam 25 mila pescatori non hanno alcun mezzo per riprendere il lavoro e vivono in alloggi di emergenza”.

Passata la fase di prima emergenza, p. Thomas ribadisce che ora è indispensabile avviare la fase di ricostruzione riparando “motori e scafi di barche e catamarani” per permettere ai pescatori di “riprendere l’attività”. La normalità sarà ripristinata solo “quando le barche potranno uscire di nuovo in mare” e le famiglie dei pescatori potranno vivere in tutta sicurezza sulla terraferma. Il religioso denuncia che nel 1996 “la Corte Suprema aveva imposto il rispetto delle Coastal Regulatory Zone (CRZ, una serie di norme che regolano la costruzione delle case sulla costa, ndr), che prevedono almeno 500 metri di distanza fra le case e il mare”. Egli sottolinea che “il rispetto delle norme avrebbe salvato molte vite umane”, quindi il governo “è responsabile del disastro”. Sui funzionari governativi grava anche la colpa di non aver lanciato l’allarme per tempo: lo tsunami ha colpito le coste di Sumatra alle 6.15 del mattino, le isole Andatane alle 8.30, ma “nessun pescatore è stato avvertito: molta gente è morta a causa della negligenza dei governanti”.

P. Thomas denuncia lo “spirito di competizione fra Governo, organizzazioni non governative (Ong) e diocesi locali” e critica le modalità seguite nei lavori di ricostruzione; egli denuncia che “molte Ong credono di risolvere tutto con il denaro”, perché con i soldi si possono comprare barche e costruire case, ma il vero problema è un altro. Egli afferma che “esiste una legge che permette al governo di confiscare tutti i soldi per la ricostruzione se i lavori non saranno ultimati entro l’anno”, ma per completare il processo di ricostruzione “passeranno almeno 2 anni: questa è una questione di cruciale importanza e va affrontata”.

Intanto i pescatori portano ancora i segni per il trauma subito; un indù afferma in lacrime che “il mare è la Yama (dea della morte): a lei abbiamo rivolte numerose suppliche e l’abbiamo sempre considerata una fonte di provvidenza, ma ora essa mi portato via 3 figli, mia moglie risulta ancora dispersa e la mia casa è andata completamente distrutta”.

P. Thomas ribadisce che negli aiuti “non si fanno distinzioni di censo e di religione, perché la fede dei pescatori è divisa in modo equo fra cristiani, musulmani e indù e tutti vengono trattati con rispetto e pari dignità”. Solo a Kanyakumari, nel distretto del Tamil Nadu, la maggioranza di essi è di fede cristiana, ma “non ci sono trattamenti privilegiati in base alla religione”.

Il religioso afferma che il governo, le organizzazioni non governative e le diocesi del Paese “devono capire che per i pescatori avere nuove case, barche e attrezzi per la pesca è una priorità”.

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