02/04/2007, 00.00
VATICANO
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Conclusa la prima tappa della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II

Una cerimonia in San Giovanni per il passaggio del processo al dicastero vaticano per le cause dei santi. Il card. Ruini: Karol Wojtyla è stato uomo di Dio, libero e scomodo.

Roma (AsiaNews) – Nel secondo anniversario della morte, ha completato il primo passo la causa per proclamare beato Giovanni Paolo II. Il cardinale vicario Camillo Ruini ha infatti dichiarata conclusa la fase diocesana e ne ha consegnato le risultanze alla Congregazione per le cause dei santi. Sarà il dicastero vaticano, ora, a procedere al riesame di documenti e testimonianze per formulare un giudizio sul quale il papa prenderà la decisione finale.

Migliaia di fedeli, affollavano da stamattina la basilica di San Giovanni in Laterano, dove a mezzogiorno c’è stata la solenne cerimonia nel corso della quale il card. Ruini ha consegnato al card. José Saraiva Martins, prefetto del dicastero vaticano per le cause dei santi, i fascicoli delle conclusioni del tribunale diocesano. Molti i cardinali, i vescovi e le personalità presenti. Tra loro, il cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz, per 40 anni segretario di Giovanni Paolo II, che stamattina ha celebrato una messa nelle grotte vaticane per il pontefice defunto e suor Marie Simon-Pierre, la religiosa francese di 46 anni, la cui guarigione dal morbo del Parkinson è il “miracolo”, attribuito all'intercessione di Karol Wojtyla, che il postulatore mons. Slawomir Oder ha scelto per la causa, tra i tanti dei quali ha avuto notizia.

Quella di stamattina è stato formalmente un atto giuridico procedurale, con la lettura, in latino, dei verbali per il passaggio dei documenti, che riguardano le deposizioni di circa 130 testimoni, a favore e contro la beatificazione, le conclusioni dei teologi che hanno esaminato tutti gli scritti pubblici e quella degli storici che hanno vagliato gli scritti privati.

Ma, al di là ed oltre l’aspetto giuridico, si è trattato di un momento che il popolo del “Santo subito” aveva atteso con ansia e che oggi pomeriggio avrà il suo culmine nella messa che sarà celebrata da Benedetto XVI. “E' tornato nella casa del Padre - ha detto stamattina il cardinale Dziwisz durante la messa nelle Grotte vaticane - ma continua a essere presente nella vita della Chiesa”.

Da parte sua, nel corso della cerimonia in San Giovanni, il card. Ruini ha svolto una “riflessione” sulla figura di Giovanni Paolo II, sottolineandone il suo essere “uomo di Dio”. Il suo modo di pregare, l’impegno per l’evangelizzazione e l’unità dei cristiani, la preoccupazione per gli altri e l’accettazione della sofferenza sono stati tutte manifestazioni della scelta fondamentale della sua vita.

“All’inizio, al centro e al vertice di un tale ritratto – ha detto il cardinale vicario - non può non stare il rapporto personale di Karol Wojtyła con Dio: un rapporto che appare già forte, intimo e profondo negli anni della sua fanciullezza e che poi non ha cessato di crescere, di irrobustirsi e produrre frutti in tutte le dimensioni della sua vita. Siamo, qui, in presenza del Mistero: anzitutto il mistero dell’amore di predilezione con cui Dio Padre ha amato questo ragazzo polacco, lo ha unito a sé e lo ha mantenuto in questa unione, non risparmiandogli le prove della vita, anzi, associandolo sempre di nuovo alla croce del proprio Figlio, ma anche donandogli il coraggio di amare questa croce e l’intelligenza spirituale per scorgere attraverso di essa il proprio volto di Padre”.

Il cardinale ha sottolineato in particolare il valore che per Giovanni Paolo II ha avuto “il dono e gusto e gioia della preghiera, che Karol Wojtyła ha avuto fin da fanciullo e a cui è rimasto sempre fedele, fino alle ore della sua agonia”. Alla dimensione universale della sua preghiera, Giovanni Paolo II quelle per “quella miriade di persone, di ogni nazione e condizione, che a lui si sono rivolte per ottenere l’aiuto di Dio, la salute fisica o spirituale propria e dei congiunti: perciò il Papa teneva nel cassetto dell’inginocchiatoio le suppliche che gli giungevano, per presentarle personalmente al Signore”.

“Una seconda componente essenziale della personalità di Karol Wojtyła, che scaturiva anch’essa dal suo intimo rapporto con Dio, è stata quella della libertà: una straordinaria libertà interiore, che si esprimeva in molte direzioni. Cominciando per così dire ‘dal basso’, cioè dal rapporto con i beni materiali, egli sempre, anche da Papa, è stato uomo di concreta e radicale povertà”.

“La grande parola ‘Non abbiate paura!’, con cui ha aperto il suo Pontificato, nasceva anche da questa libertà interiore, nutrita di fede, ed è stata, nel concreto della storia, una parola contagiosa, che ha liberato la Polonia, e non soltanto la Polonia, dalla paura e dalla sudditanza, politica, culturale, spirituale. Quella medesima unione con Dio e libertà interiore che ha reso Karol Wojtyła distaccato dai beni di questo mondo gli ha anche dato una grandissima capacità di apprezzarli e di godere delle bellezze della natura e dell’arte, del calore delle amicizie come degli ardimenti del pensiero e delle fatiche e delle conquiste dello sport. Ha contributo dunque a fare di lui un uomo completo e pienamente realizzato”.

“L’autentico amore di Dio è inseparabile dall’amore per il prossimo e dalla passione per la sua salvezza. Perciò un uomo che ha amato Dio con l’intensità di Giovanni Paolo II non poteva non essere un testimone esemplare della dedizione per i fratelli”. “La sua vita davvero trabocca di tali testimonianze”. “In realtà il suo cuore era per i poveri, i piccoli e i sofferenti, e questo spiega la profonda affinità spirituale che egli sentiva nei confronti di Madre Teresa di Calcutta”.

“Giovanni Paolo II ha potuto, in anni non facili, confermare la Chiesa intera nella fede. La medesima sintesi di fede in Cristo e di amore e passione per l’uomo lo ha spinto a farsi carico della difesa e della promozione della dignità e dei diritti, in una parola del bene autentico e concreto, degli uomini e dei popoli, opponendosi con un coraggio che non ha conosciuto ostacoli alle molteplici ‘minacce’ che pesano sull’umanità del nostro tempo”.  

Il cardinale Ruini ha infine rammentato il particolare rapporto che Karol Wojtyla ha avuto col dolore, “fin da quando, bambino, egli ha perduto la mamma e poco dopo il fratello e poi, ancora molto giovane, il padre, ed ha vissuto la tragedia della guerra e dell’oppressione, sperimentando anche il dolore fisico quando fu investito da un camion tedesco e ferito abbastanza gravemente. Ricordiamo tutti con emozione il modo in cui la sofferenza irruppe di nuovo nella sua vita il 13 maggio 1981”. “Il Papa ha sofferto nella carne e ha sofferto nello spirito, vedendosi sempre più spesso obbligato a ridurre gli impegni legati alla sua missione”. “Egli sopportava però la malattia e il dolore fisico con grande serenità e pazienza, con autentica virilità cristiana, continuando tenacemente ad adempiere il più possibile ai propri compiti, senza far pesare sugli altri i suoi malanni”. “Anche nel dolore profondo di non poter più disporre di quella voce che egli aveva tanto usato come veicolo della parola del Signore, rinnovava il suo abbandono totale nelle mani di Maria”. “Nel giorno della morte il Papa, come aveva fatto per tutta la vita, volle nutrirsi della parola di Dio e chiese che gli venisse letto il Vangelo di Giovanni: la lettura si protrasse fino al capitolo nono. E anche quel giorno recitò, con l’aiuto dei presenti, tutte le preghiere quotidiane: fece l’adorazione, la meditazione e anticipò perfino l’Ufficio delle letture della domenica. A un certo punto disse con voce debolissima a Suor Tobiana Sobotka, suo vero angelo custode, ‘Lasciatemi andare dal Signore’. Poi entrò in coma”.

 

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