03/06/2004, 00.00
CINA - DOSSIER TIANANMEN
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L' eredità di Tiananmen

di Bernardo Cervellera

Se la Cina è l'impero di mezzo, il centro del mondo, il suo cuore è piazza Tiananmen. E anche se il governo di Pechino fa di tutto per cancellare la memoria, Tiananmen, la Porta della Pace del Cielo, rimane per sempre legata al massacro di 15 anni fa. Del resto, anche il governo non dimentica e come ogni anno, gruppi speciali di polizia sono pronti a bloccare iniziative di studenti e attivisti politici in occasione dell'anniversario. Le università sono sotto controllo e l'uso di piazza Tiananmen è da poche settimane sottomessa a nuove restrizioni .

Secondo l'agenzia Xinhua, il nuovo regolamento ha lo scopo di mantenere "un ordine efficace e stabile nella zona" e rafforzare "un controllo serrato per prepararsi a qualsiasi emergenza". "Qualsiasi attività che comprometterà l'ordine sociale, la sicurezza pubblica e l'ambiente di piazza Tiananmen sarà vietato e perseguito", riporta ancora l'agenzia di stato.

Negli ultimi anni, in questo cuore della Cina, si sono registrati tentativi di auto-immolazione, gesti di disperazione di disoccupati, di persone a cui hanno demolito la casa; di membri perseguitati della Falun Gong. Ma i nuovi regolamenti servono soprattutto per prevenire le proteste in occasione del 15° anniversario della repressione del movimento democratico nell'89.

Nella notte fra il 3 e il 4 giugno carri armati dell'Esercito di liberazione del popolo hanno ferito e sparato sul gruppo di qualche migliaio di studenti, uccidendone almeno centinaia. Il piccolo gruppo che si era raccolto attorno al Monumento degli eroi, al centro geometrico della piazza, era il resto di milioni di persone venute dalla campagna e dalle fabbriche, per chiedere la fine della corruzione nel Partito e un inizio di democrazia.

Nella stessa notte e nei giorni seguenti vi è stata una caccia all'uomo nelle scuole, nelle case e per le strade. Risultato: la morte di tanti, la prigionia e il lager per migliaia, la fuga all'estero per pochi.

A pochi mesi dal massacro in Cina, il Muro di Berlino è caduto quasi senza alcuna vittima. Il popolo cinese ha pagato per tutti: nessun governante dell'Europa dell'Est ha osato massacrare le folle, come è avvenuto a Pechino. I capi di Berlino, di Bucarest, di Varsavia, di Mosca hanno temuto lo scandalo e la condanna internazionale che ha bollato per anni la Cina.

Ora che il Regno di Mezzo è divenuto un gigante economico temuto e adorato da oriente  e occidente, si sente spesso fra i politici la frase "Su Tiananmen è tempo di voltare pagina".

I primi a tentare di voltare pagina sono stati i leader cinesi. La marcia veloce sulle riforme economiche è stata innescata proprio dopo Tiananmen. Deng Xiaoping, proclamando che "essere ricchi è glorioso", ha cercato di usare la voglia di ricchezza e il consumismo come "oppio del popolo" cinese. Molte volte negli anni seguenti lui stesso, poi Jiang Zemin e Hu Jintao hanno spiegato che il benessere attuale è giunto "grazie" all'opera del Partito che ha fermato la rivolta sociale dei "controrivoluzionari" al suo nascere. Il massacro è stato "il male minore" per "l'enorme bene" seguito. Molti, soprattutto giovani universitari e insegnanti, hanno accettato la proposta e da allora in università si parla sempre meno di politica e di riforme democratiche. Essi ringraziano il Partito che permette loro di diventare ricchi e accettano i limiti di espressione posti alla loro vita.

Altri, per l'impotenza di cambiare la situazione, vivono nella quasi disperazione, nell'abulia o nell'anarchia. Pochi, molto pochi fanno parte di movimenti democratici che, pur essendo non violenti, sono bersagliati dalla polizia e imprigionati. Lo scorso aprile il partito democratico ha diffuso una lettera in cui si citano16 loro membri in prigione con condanne fino a 20 anni per aver chiesto libertà di espressione e di associazione. A marzo, è stato arrestato l'attivista Hu Jia, che ha chiesto al governo di riconoscere l'errore compiuto col massacro. Anche l'Associazione delle madri di Tiananmen, guidata da Ding Zilin, chiede la revisione del giudizio di "controrivoluzionari" caduto sui loro figli uccisi dai carri armati. Non passa anno senza che esse si facciano sentire con un messaggio o una lettera ai capi del governo. E non passa anno senza che su di loro si scagli un controllo spasmodico: linee telefoniche tagliate, arresti domiciliari, vigilanza, isolamento.

Anche Zhao Ziyang, primo ministro nell'89, che venne esautorato per essere contrario al massacro, da 15 anni è agli arresti domiciliari. Lui e il suo predecessore, Hu Yaobang volevano aprire la Cina al mercato e alla democrazia.

Il governo cinese continua invece a predicare che lo sviluppo economico è possibile solo con la stabilità sociale e quindi senza riforme politiche. Ma per garantire la stabilità sociale, imprigiona chi domanda qualcosa di più del benessere materiale. Il punto è che senza le riforme politiche, anche lo sviluppo economico si guasta: la corruzione – come e più dei tempi di Tiananmen  - corrode ogni sfera del governo e del partito e accresce lo scontento di centinaia di milioni di persone. Fra queste vi sono  masse di contadini per i quali non c'è benessere, dato che il loro salario è da 4 a 10 volte inferiore a quello delle città. E vi sono almeno 120 milioni di migranti che pur essendo la bassa manovalanza per edificare i lussuosi quartieri delle città, vivono nella miseria e nell'abbandono. Secondo alcuni sociologi dell'Accademia delle Scienze Sociali di Pechino, se il governo non risponde ai bisogni di questi diseredati e non permette loro di esprimersi – se non frena la corruzione e non fa riforme politiche – il futuro prepara per la Cina uno scontro sociale più violento di quello accaduto in piazza Tiananmen.

Un ultimo elemento è eredità di Tiananmen: dopo il massacro e la prigionia molti dissidenti hanno scoperto la fede cristiana. E perdonando ai loro persecutori – come il sindacalista Han Dongfan – stanno lavorando per giustizie e riforme che non pescano soltanto in una ideologia o nella forza di opporsi, ma in una nuova immagine di uomo, i cui diritti sono amati e difesi da Dio stesso.

 

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