Il sigillo del Partito sulle reincarnazioni del Budda
Il governo continua ad intromettersi nelle questioni religiose per ipotecare il futuro del Dalai Lama. Nel Sichuan 200 tibetani chiedono la liberazione di un pastore nomade che domandava l’indipendenza del Tibet.

Pechino (AsiaNews) – Dal 1° settembre tutte le reincarnazioni del Budda per essere vere dovranno avere l’approvazione del governo comunista cinese. L’Amministrazione statale per gli affari religiosi ha infatti decretato che dal prossimo mese i cosiddetti “Budda viventi” devono avere il riconoscimento del governo, se non vogliono essere bollati come “illegali” o “invalidi”. La norma stabilisce che tutte le reincarnazioni devono fare richiesta di approvazione ai dipartimenti provinciali o nazionali, a seconda “della loro fama o influenza”. La nuova regola, pubblicata sul sito governativo, serve per “mantenere ordine nel buddismo tibetano e creare una società armoniosa”.

Il “Budda vivente” è una figura tipica del buddismo, secondo cui personalità riconosciute come sante, invece di entrare nel Nirvana (il “paradiso” buddista), si reincarnano sulla terra per aiutare il genere umano a scoprire la via del Budda. Nel buddismo tibetano queste reincarnazioni sono molto importanti perché garantiscono la continuità del governo del Dalai Lama (attualmente alla sua 14ma reincarnazione) e quella del Panchen Lama (alla 11ma reincarnazione).

Proprio l’11ma reincarnazione del Panchen Lama ha fatto emergere il conflitto fra lo stato ateo e la religione buddista. Nel 1995 il Dalai Lama ha riconosciuto come reincarnazione del Panchen Lama un bambino di 6 anni,  Gedhun Choekyi Nyima. Ma la Cina, per contrastare l’influenza del Dalai Lama, ha sequestrato il bambino e la sua famiglia e ha scelto – con un metodo che Pechino ritiene più efficace e più vero - un altro bambino, Gyaincain Norbu. A tutt’oggi Norbu è divenuto un propugnatore della politica religiosa del governo cinese sul Tibet, mentre Nyima rimane sequestrato ormai da 12 anni.

La nuova regola che sarà in vigore dal 1° settembre si applica anzitutto ai “Budda viventi” di valore intermedio, a livello di monasteri o di città. Ma è chiaro che esso costituisce un pesante precedente per ipotecare nelle mani di Pechino la scelta del Dalai Lama, attualmente in esilio in India.

Dal 1950 il Tibet soffre sotto l’occupazione militare cinese, incontrando la resistenza della popolazione tibetana, rimasta fedele al suo capo religioso e politico.

Proprio alcuni giorni fa, il 1° agosto, durante i festeggiamenti degli 80 anni dell’Esercito per la liberazione del popolo, a Lithang, nel Sichuan, Ronggay A'drak, 52enne nomade tibetano di Youru, nella provincia di Kardze, è riuscito a salire sul podio e ha gridato slogan per l'indipendenza del Tibet e il ritorno del Dalai Lama. La polizia lo ha immobilizzato e arrestato, ma più di 200 tibetani hanno fatto il sit-in davanti alla prigione. Secondo la Xinhua, l’agenzia cinese, tutto si è risolto bene e la folla si è dispersa. Secondo Radio Free Asia i 200 sono stati anch’essi arrestati.

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