Ha raggiunto livelli allarmanti l’inflazione dei prodotti alimentari
di Maurizio D'Orlando
Inspiegabile l’aumento dei prezzi delle granaglie, che si ripercuote anche su quello della carne di maiale, della quale i cinesi sono i maggiori utilizzatori al mondo. Si produce più grano e Wen Jiabao aveva parlato di immettere sul mercato le riserve dello Stato, che sono le maggiori riserve al mondo. Sintesi a cura di AsiaNews di un articolo di Maurizio d’Orlando che sarà pubblicato sul mensile AsiaNews.

Milano (AsiaNews) – Dal dicembre dello scorso anno AsiaNews ha riportato dati sul forte aumento del costo dei generi alimentari in Cina, mentre scende il prezzo di altri prodotti di consumo. Negli ultimi tre mesi l’inflazione dei prodotti alimentari ha raggiunto livelli allarmanti. A renderla ancora più preoccupante, fino all’ipotesi di scenari drammatici, ci sono altri tre elementi: l’aumento della produzione nazionale, l’accumulo di enormi scorte di cereali ed il mancato seguito che ha avuto “l’auspicio” di Wen Jiabao che le riserve statali fossero immesse sul mercato per calmierare i prezzi.

Alla fine di maggio riportavamo che i prezzi di carne e riso erano raddoppiati o triplicati in un mese (vedi http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9395&size=A ). A giugno, il premier Wen Jiabao dichiarava che intendeva correre ai ripari e spingeva per mettere sul mercato le riserve statali. Lo stesso mese la Banca Centrale cinese si diceva intenzionata ad intervenire per fermare l’aumento dei prezzi degli alimenti (http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9469&size=A ).

Secondo il ministero cinese dell’Agricoltura in un anno il prezzo di un maiale vivo è cresciuto del 71,3%. Pochi giorni fa, (http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9869&size=A ) notavamo che, a fronte di un forte aumento del prodotto interno lordo, cresciuto dell’11,9% nel secondo trimestre del 2007, e di un incremento dei prezzi al consumo del 4,4%, l’inflazione colpisce anzitutto generi essenziali come gli alimenti, aumentati del 7,6% nel primo semestre 2007, secondo i dati ufficiali.

Per qualcuno questa serie di notizie ha costituito una sorta di sorpresa che oscura il ”miracolo” economico di questi anni, l’emergere della Cina come il gigante manifatturiero del mondo. Questa sorpresa per di più si è accompagnata, sul fronte finanziario, con l’emergere della crisi delle borse cinesi, che nel passato sono state tanto privilegiate dalle banche e dai consulenti di gestione patrimoniale. In realtà, non si è trattato di avvenimenti inaspettati. Ne avevamo scritto più di tre anni fa nel marzo del 2004 (http://www.asianews.it/index.php?art=537&l=it&size= ) in un articolo dal titolo di per sé già significativo: “Cina, Allarme sul fronte alimentare: produzione dei cereali in ribasso”.

Da allora la produzione di cereali cinese, nonostante la riduzione delle aree seminate (dal 2000 al 2005), ha messo a punto un forte incremento. A seconda che si utilizzino i dati della FAO per la Cina o dell’Ufficio nazionale di statistica – UNS – cinese [nota per il traduttore in inglese: National Bureau of Statistics], l’incremento produttivo in questi ultimi anni è stato del 15/20 %. Il dato è difficile da interpretare perché non si concilia appieno con gli incrementi della resa per ettaro (+ 7,22 % dal 2003 al 2005 (elab. AsiaNews su dati UNS) e dell’incremento delle aree seminate in Cina (dal 2003 al 2005, + 3,18 %, elab. AsiaNews su dati UNS).

Le autorità cinesi conoscevano bene da tanto tempo la situazione. Quanto tecnicamente possibile – ad esempio mediante un maggiore utilizzo di fertilizzanti –  è stato senz’altro fatto.

Ciononostante, la dirigenza comunista cinese non ha saputo porre in essere interventi strutturali di medio e lungo periodo in grado di prevenire gli avvenimenti odierni, vale a dire i forti rincari dei prezzi. Poiché non abbiamo dubbi né sul suo istinto di autoconservazione, né sul suo acume politico nel percepire i rischi, ma nemmeno sulla sua determinazione quando occorra, lo stupore per l’incapacità dimostrata deve indurre ad una riflessione più approfondita.

La nostra opinione è che stiamo osservando oggi in campo agricolo, quanto si era verificato agli inizi di questo decennio nel settore petrolifero. Spinta dalla forte crescita economica, la Cina da produttore ed esportatore di materie prime sta diventando un importantissimo mercato d’importazione. Oggi gli analisti agricoli sono disorientati nelle proprie valutazioni proprio come quando sia gli economisti dell’OPEC – che rappresentano i paesi produttori di petrolio – che quelli dell’OCSE – che rappresentano i paesi consumatori di petrolio – clamorosamente sbagliarono le proprie previsioni perché avevano sottostimato il fabbisogno energetico cinese.

Il modello di sviluppo cinese è ad alto dispendio di risorse, sia umane che materiali. Si tratta, di fatto, di una scelta deliberata, attuata mediante il meccanismo dell’adozione di un tasso di cambio ben inferiore alla parità di potere d’acquisto interno della moneta nazionale. Se consideriamo che in base ai dati 2006 della Banca Mondiale (BM) il PIL cinese, in base ai tassi di cambio praticati, è il 5,449% di quello mondiale mentre è il 15,085% in base alla parità di potere d’acquisto, con una semplice proporzione possiamo determinare – in maniera un po’ semplificata – quale dovrebbe essere il tasso di cambio a parità di potere d’acquisto: circa 2,73 yuan per un  dollaro. Viceversa la quotazione attuale dello yuan è di circa 7,56 yuan per un dollaro.

Il fatto è che la Cina deve mantenere una forte sottovalutazione, rispetto alla capacità di acquisto interna, del proprio tasso di cambio perché solo così può mantenere un tasso di occupazione tale da mantenere le tensioni sociali e politiche a livelli tutto sommato ancora controllabili mediante strumenti di repressione ordinari. Per chiarire questo punto basta pensare che, nonostante un tasso di cambio arbitrariamente sottovalutato – grosso modo un terzo di quello teorico –, oggi circa il 40 % delle imprese statali cinesi produce contabilmente in perdita. Data l’inefficienza intrinseca del sistema produttivo cinese, sia agricolo che industriale, se la Banca Centrale dovesse permettere un tasso di cambio prossimo al potere d’acquisto interno dello yuan, la stragrande maggioranza delle imprese, incluse quelle private, e non solo quelle legate all’esportazioni, ma anche molte che producono per il mercato interno, sarebbe costretta a fare fallimento. La conseguente massa enorme di licenziamenti, porterebbe in tal caso la disoccupazione a livelli esplosivi. Certo, dal punto di vista tecnico e produttivo, il modello di sviluppo adottato dalla Cina, è altamente inefficiente in termini di dispendio di risorse (sia umane che materiali) che vengono svendute sottocosto in cambio di attivi finanziari, in larga misura illusori, generati dalle esportazioni. Il sistema ha però una sua razionalità perché è ben funzionale agli interessi di auto-conservazione della classe dirigente. Cardine tuttavia di questo distorto modello di sviluppo è il mantenimento di un basso livello interno d’inflazione. Una rincorsa di prezzi e salari annullerebbe i vantaggi competitivi della Cina e si spezzerebbe d’incanto il prodigio economico di questi anni, la fantasmagorica crescita economica cinese.

Ufficialmente, come abbiamo visto, l’incremento dei prezzi al consumo è relativamente modesto, il 4,4 %. Si tratta però di un dato che per larga parte della popolazione cinese è scarsamente significativo. Per centinaia di milioni di cinesi la spesa alimentare è di gran lunga preponderante su ogni altro tipo di consumo. Per loro l’inflazione che conta è quella agro-alimentare. Quando il ministro dell’Agricoltura il 16 luglio scorso ha dichiarato che il prezzo all’ingrosso del maiale è aumentato del 74,6% in un anno, va tenuto presente un dato fondamentale: con 65,5 milioni di tonnellate di carne di maiale – in termini di peso equivalente delle carcasse [nota per il traduttore in inglese:  million tonnes, carcass weight equivalent ] – la Cina è di gran lunga il maggior produttore e consumatore al mondo di carne suina e costituisce da sola ben il 59,169 % di tutto il mercato mondiale (elab. AsiaNews su dati FAO relativi al 2007). La carne di maiale costituisce un po’ più del il 77 % del consumo cinese di tutti i tipi di carne e – come abbiamo precedentemente ricordato – il consumo cinese di carne è in assoluto il maggiore al mondo, il 30,046 % di quello mondiale. Questi dati sugli incrementi di prezzo della carne di maiale ed in genere dei prodotti alimentari, che il resto del mondo non sembra aver ben compreso in tutto il loro significato, giustificano appieno invece sia l’intervento del primo ministro cinese Wen Jiabao che addirittura della Banca Centrale su un tema in prima apparenza così marginale e settoriale, visto che l’inflazione ufficialmente è nonostante tutto molto bassa, con un incremento di appena un punto percentuale all’anno, di fatto irrisorio rispetto alle reali problematiche che i dati ufficiali non mostrano.

A prima vista, dato che Wen Jiabao si è detto favorevole a mettere sul mercato le riserve statali, ci sarebbe da attendersi che in breve tempo la situazione possa essere normalizzata sia sul fronte delle forniture che dei prezzi. La Cina dispone delle maggiori scorte mondiali di cereali, 156,4 milioni di tonnellate (mio t.) su un totale mondiale di 403 (mio t.), vale a dire il 38,81 % (dati FAO relativi al 2007, elab. AsiaNews). Nessun altro Paese al mondo dispone di scorte così elevate. A titolo di raffronto le altre maggiori riserve al mondo sono di Stati Uniti ed Unione Europea con rispettivamente 35 e 33,5 milioni di tonnellate. Il dato sulle scorte di carne è difficilmente reperibile e ad ogni modo non particolarmente significativo perché di solito le scorte sono mantenute a livelli abbastanza ridotti a causa della deperibilità della carne e del costo dei magazzini frigoriferi. Inoltre di norma il prezzo degli animali vivi (non provenienti da allevamenti a pascolo brado o semi brado, come è il caso dei maiali in Cina) è direttamente correlato soprattutto al costo dei mangimi ed in misura molto minore ai redditi agricoli, storicamente molto bassi in Cina. Anche solo il preannuncio del rilascio di parte delle grandi riserve statali di cerali avrebbe dovuto produrre un immediato calmieramento dei prezzi, anche nei mercati delle carni, che invece non si è verificato. È inoltre evidente che il ritardo nel preannuncio di azioni di calmieramento dei prezzi non è attribuibile a normali lentezze burocratiche. Il contenimento dell’inflazione interna ed in primo luogo di quella alimentare è un obbiettivo politico essenziale per la stabilità del regime ed è quindi un parametro tenuto sotto costante controllo. Con così grandi riserve di cereali a disposizione un preventivo intervento statale di calmieramento avrebbe dovuto essere una procedura burocratica di prassi. È invece significativo che, in una situazione molto tesa, il primo ministro Wen Jiabao non dia disposizioni da attuare immediatamente ma si limiti ad auspicare il parziale rilascio delle scorte. È una bizzarria così vistosa che non si può tralasciare di analizzare.

Se il capo del governo propone, ma non può disporre l’impiego delle scorte statali è segno che queste sono nella disponibilità di altri ed essendo considerate riserve strategiche è ragionevole supporre che ad avere l’ultima parola su di esse siano le forze armate. In effetti in Cina il complesso militare ed industriale è una sorta di Stato nello Stato che risponde a proprie logiche e non a parametri economici, finanziari o amministrativi o ancora ad esigenze di consenso politico interno. È evidente che i vertici delle forze armate non siano tanto avulsi dalla realtà da non rendersi conto che in Cina un aumento così vistoso del prezzo della carne suina e dei generi alimentari può avere degli effetti economici e finanziari davvero dirompenti. La ragione è dunque chiaramente un’altra ed è possibile supporre che sia connessa con le attuali preoccupazioni per la pace nel mondo. Per ben due volte Benedetto XVI ha esternato le Sue preoccupazioni per la pace e per il rischio di conflitti nucleari. È pertanto possibile che, a fronte delle generiche preoccupazioni papali, le forze armate cinesi dispongano, viceversa, di ben fondati e precisi elementi di conoscenza, tali da imporre il proprio veto all’utilizzo delle scorte di cereali. In caso di un conflitto di proporzioni non insignificanti, la disponibilità di risorse e vettovagliamenti è spesso la chiave del successo come mostra costantemente la storia.   

Entriamo a questo punto in un campo di ipotesi estreme. Israele, ad esempio, dispone, di circa duecento testate nucleari e di uranio per produrre altre duecento. Se, come parrebbe, Israele è intenzionata a mantenere il proprio monopolio nucleare regionale di fatto, deve prevenire che terzi nella regione, vale a dire l’Iran, si dotino della tecnologia per produrre in futuro armi nucleari. Per parte sua, l’Iran ha dimostrato, in occasione della vicenda delle vignette satiriche danesi, di essere in grado di infiammare a proprio piacimento le masse islamiche. A maggior ragione è plausibile supporre che, in caso di un attacco israeliano e/o americano, l’Iran possa suscitare il sostegno, se non di tutti i governi, quanto meno di gran parte delle popolazioni islamiche. In questo scenario estremo è evidente che la Cina dovrebbe decidere con chi schierarsi. Probabilmente Pechino ha fatto la sua scelta da tempo. I Paesi di un ipotetico blocco islamista potrebbero interrompere le forniture energetiche, mentre da Nord e Sud America, Australia ed Europa proviene il grosso delle esportazioni di cereali e derrate agricole. Le scorte energetiche cinesi immediatamente disponibili sono minime anche per quanto riguarda il carbone che, pur disponibile in quantità tali da garantire il fabbisogno per lo meno dei prossimi due secoli, richiede molto tempo per essere estratto. Se non vengono intaccate per contingenti ragioni economiche, le scorte cinesi di cereali sono invece enormi.

Il mancato rilascio delle scorte statali a fronte di consistenti rischi di inflazione agro-alimentare segnala dunque due cose: in primo luogo che le preoccupazioni del Papa per la pace non dovrebbero assolutamente essere minimizzate. In secondo luogo che in caso di conflitto di ampie proporzioni o di lunga durata la Cina si schiererebbe con chi può assicurarle la risorsa verso cui è più vulnerabile, cioè l’energia ed il petrolio in particolare.

 

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