Tessuti cancerogeni e bacchette per mangiare usate
In Australia e Nuova Zelanda trovate coperte che contengono formaldeide superiore 900 volte al massimo consentito. Può dare allergia ed è cancerogena. Ora saranno analizzati tutti i prodotti tessili, che sono il 13% dell’export cinese. A Pechino una fabbrica vendeva bacchette per mangiare, già usate, senza nemmeno sterilizzarle.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’importatore australiano di coperte cinesi le ritira dai mercati di Nuova Zelanda e Australia, dopo che vi è stato trovato un elevato contenuto di formaldeide, cancerogena. Intanto l’ultimo scandalo sul “made-in-China” riguarda le bacchette per mangiare, comprate usate e rivendute senza nemmeno disinfettarle.

Secondo fonti ufficiali, una fabbrica di Pechino acquistava bacchette usate per 0,04 yuan il paio, le impachettava e rimetteva in vendita senza nemmeno sterilizzarle. Ha venduto sino a 100mila paia al giorno, con un guadagno medio quotidiano di 1.000 yuan (130 dollari). La polizia ha sequestrato nella fabbrica circa 500mila paia di bacchette riciclate.

La ditta importatrice di coperte cinesi in Australia e Nuova Zelanda le ha ritirate oggi dal commercio, dopo che le analisi hanno mostrato un contenuto di formaldeide superiore di 900 volte al massimo consentito dalle Nazioni Unite. La formaldeide, usata per  la miglior conservazione dei tessuti, può causare allergie alla pelle, irritazione ad occhi e gola ed è ritenuta cancerogena. Anche se in Australia e Nuova Zelanda non ci sono limiti stabiliti, l’eccessiva concentrazione ha suscitato grande allarme, dopo i recenti scandali che hanno colpito vari prodotti cinesi, dai farmaci agli alimenti, dal dentifricio ai giocattoli. Nei giorni scorsi The Warehouse, grande rivenditore neozelandese, ha ritirato dal mercato i pigiami cinesi per bambini, dopo che i pigiami di flanella di due bambini hanno preso fuoco ustionando i piccoli proprietari. Ora il governo di Wellington esprime “grande preoccupazione”, annuncia analisi su vestiti e tessuti importati dalla Cina e non esclude provvedimenti drastici.

Alle crescenti accuse Li Changjiang, direttore dell’Amministrazione generale cinese per la supervisione della qualità, l’ispezione e la quarantena, risponde che è “ingiusto dire che tutti i prodotti cinesi non sono idonei” solo perché qualche impresa commercia prodotti carenti o contraffatti. Ma esperti osservano che sotto accusa è il sistema di controllo cinese, che sempre più si rivela inetto a garantire la qualità e genuinità dei prodotti. Il settore tessile è una delle principali esportazioni del Paese, pari a oltre il 13% nei primi 6 mesi del 2007. Al confronto i giocattoli costituiscono meno dell’1% e i generi alimentari l’1,4% circa.

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