Compie cento anni la saga dei giapponesi emigrati in Brasile
di Pino Cazzaniga
I due governi stanno organizzando manifestazioni per celebrare un fenomeno migratorio che oggi riguarda 1 milione e 600.000 giapponesi-brasiliani, cioè il 62% di tutti i giapponesi naturalizzati all’estero. Ma c’è anche chi torna.
Tokyo (AsiaNews) - Cento anni fa, il 18 giugno 1908 la nave giapponese Kasato Maru, partita da Kobe tre mesi prima, attraccava al molo del porto di Santos (Brasile, 60 chilometri a sud di Sao Paulo). Da essa scesero 791 contadini giapponesi: erano il primo gruppo di emigranti che si recavano in Brasile in seguito a un accordo tra i due governi. Quello sparuto gruppetto ha messo buone radici. Secondo le statistiche curate dall’Associazione Nikkei (giapponesi naturalizzati in nazioni straniere) oggi in Brasile ci sono 1 milione e 600.000 giapponesi-brasiliani, cioè il 62% di tutti i giapponesi naturalizzati all’estero.
 
Le manifestazioni che i due governi stanno organizzando nell’anno centenario della emigrazione giapponese in Brasile saranno significative in proporzione al loro spessore storico.
 
Le statistiche che delineano meglio di altre la saga dell’emigrazione giapponese in Brasile riguardano un fenomeno iniziato negli anni ’90: i nipoti o pronipoti degli emigranti della prima ora ritornano in Giappone per lo stesso motivo che aveva spinto i loro nonni a staccarsene: cercar lavoro e denaro. Prima del 1941 solo il 7% degli emigranti giapponesi erano riusciti a realizzare il sogno di tutti: ritornare con un bel gruzzoletto.
 
Nel 1990 è stata rivista la legge del controllo dell’immigrazione per permettere agli stranieri di origine giapponese di ottenere il permesso di permanenza e di lavoro. All’inizio del 2007 i nippo-brasiliani residenti in Giappone erano circa 320.000.
 
Nelle tappe di questa vicenda si riflette il volto singolare del Giappone apertosi al mondo nel 1868, con il governo dell’imperatore Meiji. Ma anche allora, per altri 17 anni, ai giapponesi in generale era vietato di uscire dalla nazione.
 
Verso la fine del secolo il governo sponsorizzò un’emigrazione di circa 29.000 contadini nelle Hawai. Da allora il flusso migratorio divenne una policy della nazione per risolvere il problema della superpopolazione e povertà degli ambienti rurali.
 
La vittoria della marina giapponese contro la flotta russa (1905) aumentò il potere di trattativa del Giappone a livelli di governi. Inizialmente i paesi preferiti per l’emigrazione erano quelli dell’area del Pacifico: Stati Uniti, Canada e Australia, oltre alle Hawai diventate possedimento americano nel 1894. Al Brasile non andava alcuna preferenza. Ma sentimenti antigiapponesi sorti tra i nord-americani e gli australiani e la paura di perder posti di lavoro ha generato una politica razzista che chiuse le porte agli immigrati giapponesi.
 
Le ha aperte ampiamente il Brasile che allora aveva estremo bisogno di mano d’opera per le piantagioni di caffé. E così i contadini giapponesi sono accorsi in gran numero sostituendo gli italiani che avevano optato per l’America del nord.
 
Il governo di Tokyo è intervenuto per garantire i contratti lasciando, però, che poi le cose andassero per conto proprio. E non sono andate bene. La mole di fatica richiesta dai mediatori rasentava i lavori forzati. Le paghe erano basate sulla quantità di grani di caffé raccolti, spesso calcolata arbitrariamente. Molti fuggirono dalle aziende.
 
La situazione migliorò molto quando alcuni giapponesi sono riusciti a iniziare proprie piantagioni di caffé, che sono diventale le basi di fiorente comunità “giapponesi”. Dopo la guerra i nuovi immigrati dall’arcipelago con il forte sostegno dei giapponesi-brasiliani si sono impegnati nell’agricoltura creando aziende modello in particolare nella coltivazione dei fiori, nella siticultura e nell’allevamento del  pollame. Il DNA della secolare cultura giapponese stava producendo di nuovo i suoi impressionanti risultati in Brasile come, contemporaneamente, nella patria d’origine.
 
Ma le unità aziendali non sono una nazione compatta. Da qui ili permanere di sacche di povertà anche tra i nippo-brasilani. Il riflusso dal Brasile al Giappone iniziato negli anni ’90 può essere il prodromo di una terza fase: quello del dialogo tra due grandi popoli. Le celebrazioni del centenario dell’ emigrazione giapponese in Brasile sono un’occasione da non lasciar sfuggire: le due nazioni hanno doni complementari da scambiarsi a beneficio dell’autentica globalizzazione.
 
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