La strage di Kandahar e l’urgenza di una soluzione “politica” per l’Afghanistan
Supera i 100 morti il bilancio dell’attacco kamikaze che ieri ha colpito il sud del Paese. Analisti sottolineano l’urgenza di aprire un dialogo con i talebani “moderati”, di studiare una più efficace politica di ricostruzione e di coordinare con chiarezza le missioni internazionali presenti sul territorio.
Kabul (AsiaNews) – Si sono svolti oggi i funerali delle vittime del kamikaze che ieri a Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, ha fatto oltre 100 morti. È la strage più sanguinosa messa a segno dalla caduta dei talebani nel 2001, quando cadde il regime talebano. Ancora nessuna rivendicazione dei responsabili. Le accuse sono tutte dirette al movimento degli “studenti coranici” cha detiene un forte potere soprattutto nelle zone meridionali del Paese e ad Al Qaeda. I talebani hanno negato il loro coinvolgimento. Di certo i fatti di ieri contribuiscono ad inasprire la crisi transatlantica aperta tra gli alleati Nato. L’attentatore suicida si è fatto esplodere tra una folla intenta a seguire un combattimento tra cani. Obiettivo dell’autobomba, con probabilità, era Abdul Hakim Jan, importante comandante di una milizia filo-governativa e anti-talebana. Oggi il governatore di Kandahar, Asadullah Khalid, ha reso noto che il bilancio dei morti ha superato i 100, come pure quello dei feriti.
 
Il 2007 è stato l’anno più sanguinoso dalla caduta dei talebani: 7mila morti, di cui 1400 civili. La Nato ha perso 232 soldati. Secondo un recente rapporto del Senlis Council, i talebani controllano il 54 per cento del Paese e sono attivi in un altro 38 per cento. Anche nel 2008 l'Afghanistan resterà il primo produttore di oppio al mondo, secondo un rapporto dell'Unodc, l'Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e la criminalità.
 
Alla luce della strage di ieri, secondo analisti in Afghanistan, diventa sempre più evidente la necessità che allo sforzo bellico sia accompagnato un maggiore impegno politico volto ad aprire un dialogo con i “talebani moderati”, isolando le frange degli estremisti. Allo stesso tempo bisognerebbe coordinare l’impegno per la ricostruzione con veri e propri blocchi di Paesi, che si occupino di settori determinati – istruzione, sanità, edilizia – su tutto il territorio, senza abbandonare a se stesse intere zone del Paese.
 
Al momento in Afghanistan è operativa una missione multinazionale Isaf, di cui la Nato è a guida e che su mandato Onu è incaricata di aiutare gli afghani a stabilizzare il Paese (42mila uomini). In contemporanea vi è la missione a guida Usa (12mila uomini), Enduring freedom, che ha lo scopo di sconfiggere militarmente i talebani. Da tempo sembra però necessario un più efficace coordinamento tra le due realtà, magari unificando i due interventi. Il significativo aumento degli attacchi di matrice talebana ha generato frustrazione tra gli stessi alleati ormai in piena crisi. Stati Uniti e altri Paesi – Canada, Gran Bretagna, Olanda e Polonia – che già hanno truppe da combattimento operative nel sud non tollerano più la “non-belligeranza” di alleati come Italia, Francia, Germania e Spagna, non intenzionati (ufficialmente) ad entrare nella linea di combattimento. Rispetto alle richieste della Nato, mancano all’appello ancora quasi 4mila uomini.
 
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