Ambasciatore iracheno in Vaticano: "Tornano in Iraq i cristiani profughi all'estero"

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Baghdad (AsiaNews) – "Stanno tornando in patria molti cristiani che di recente hanno abbandonato l'Iraq. Si stanziano nella zona curda, nel nord del paese. Potranno tornare a Baghdad quando la situazione in città sarà più sicura". Lo afferma Albert Yelda, ambasciatore iracheno designato presso la Santa Sede, in una dichiarazione riportata dal quotidiano Washington Times.

"Gli attentati [del 1 agosto scorso contro le 5 chiese, ndr] sono opera di terroristi stranieri, i leader islamici iracheni non vogliono che i cristiani fuggano dall'Iraq. I cittadini cristiani sono rispettati dai musulmani".

In Iraq ci sono circa 800mila cristiani sui 25 milioni di abitanti. Essi sono "i discendenti dei primi abitanti di quella regione oggi chiamata Iraq. Gli attacchi del 1 agosto li hanno profondamente scossi e molti di loro sono andati via, ma adesso la situazione sta cambiando" sottolinea il diplomatico iracheno.

Accanto ai cristiani fuggiti dopo gli attentati di inizio agosto, in Iraq stanno tornando gli esiliati e i profughi cristiani che sono stati costretti a lasciare il Paese durante il regime di Saddam Hussein. In questi ultimi giorni numerose famiglie stanno rientrando dall'Europa e dall'Australia. Lo stesso Yelda ha trascorso gran parte della vita adulta da rifugiato: non era ancora maggiorenne quando, sotto il regime di Saddam, un mandato d'arresto nei suoi confronti lo costrinse a fuggire in Inghilterra. Durante l'esilio ripeteva spesso: "Saddam sta compiendo un genocidio culturale". Sempre in quegli anni Yelda è stato un leader del Congresso Nazionale Irakeno, il movimento di opposizione al regime più diffuso all'estero.

Iracheni cristiani stanno ritornando anche dagli Stati Uniti, in particolare da Chicago e Detroit, dove esiste la loro comunità più numerosa in America (150 mila persone). "Ritornano avvocati, medici e insegnanti desiderosi di partecipare alla ricostruzione della società irachena - racconta Albert Yelda. Ci sono anche uomini d'affari che vogliono investire sull'Iraq".

L'emigrazione dei cristiani dall'Iraq non è un problema recente, nato con gli attentati di agosto, ma "una piaga antica e profonda nella società irachena": a dirlo è mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad. Nella crisi dell'Iraq attuale - sottolinea mons. Sleiman - i cristiani possono avere il ruolo di "mediatori pacifici" perchè "non hanno rivendicazioni politiche specifiche, ma vogliono, come tutti, il ripristino della forza dello stato e la sicurezza sociale".

Tale giudizio è condiviso da  Joseph Yacoub, cristiano caldeo, studioso francese di cristianesimo mediorientale. "Il ruolo dei cristiani in Iraq resta importante. Nella commissione che dovrà stilare la nuova Costituzione irachena sono presenti rappresentanti cristiani. Anche nel Consiglio legislativo ad interim ci sono 4 esponenti cristiani" afferma Yacoub. "Le diverse chiese - anche se presenze piccole e minoritarie - svolgono una significativa funzione di ponte nella società irachena, divisa in molte fazioni. Pur in mezzo a minacce e attentati, i cristiani possono favorire il dialogo e un clima di condivisione fra le culture e religioni diverse per il bene della società irachena". (LF)

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