Dalla Vergine di Madhu un compito per i cristiani dello Sri Lanka: pace tra singalesi e tamil
di Melani Manel Perera
L’appello di mons. Ranjith, nuovo arcivescovo di Colombo: “È arrivato il momento di mettere in pratica la giustizia”. Singalesi e tamil insieme al santuario più famoso dello Sri Lanka. Il pensiero dei pellegrini ai rifugiati che ancora vivono nella zona e le cui condizioni di aggravano ancor di più per le piogge monsoniche che si abbattono sui campi profughi
Madhu (AsiaNews) - “La pace che abbiamo condiviso oggi nell’Eucarestia entri nelle vostre famiglie, nei posti di lavoro, nelle parrocchie e nei villaggi. È arrivato il momento di mettere in pratica la giustizia, in primo luogo nei nostri cuori e quindi nell’intero Paese”. È questo il compito affidato ai cristiani dello Sri Lanka da mons. Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo, davanti alla Vergine di Madhu.
 
La nuova guida della Chiesa della capitale ha rivolto un accorato invito alle centinaia di migliaia di pellegrini giunti il 15 agosto al santuario cattolico più famoso dello Sri Lanka. “Le divisioni tra noi - ha detto mons. Ranjith - sono la sola causa del bagno di sangue avvenuto nel nord e nell’intero Paese”.
 
Dopo trent’anni, cattolici e non dello Sri Lanka hanno potuto raggiungere senza problemi il santuario della Vergine di Madhu e rispettare una tradizione che dura da 400 anni. La guerra tra Tigri tamil ed esercito aveva reso inaccessibile per lungo tempo il luogo di devozione dedicato alla Madonna. Grazie alla fine del conflitto e alla collaborazione offerta dal governo, i pellegrini sono tornati e nel santuario hanno risuonato canti e preghiere in singalese e tamil. Le due etnie hanno reso omaggio insieme alla Vergine e con loro anche fedeli musulmani e alcuni monaci buddisti.
 
Per giungere al santuario i pellegrini hanno attraversato zone in cui vivono ancora centinaia di migliaia di profughi della guerra. Il pensiero comune di tutti i fedeli è andato alle condizioni di vita in cui vivono ancora oggi i rifugiati a cinque mesi dalla fine della guerra.
 
Rivolgendosi ai fedeli, mons. Thomas Savundaranayagam, vescovo di Jaffna, ha affermato: “Voi stessi avete fatto esperienza della situazione drammatica in cui vivono oggi i profughi nei campi”. Riferendosi alle difficoltà patite dai pellegrini per le piogge monsoniche cadute nella zona, ha invitato i fedeli all’immedesimazione nelle sofferenze dei rifugiati.
 
Mons. Ranjith ha invitato ancora una volta le autorità ad accelerare il ritorno dei rifugiati tamil nei loro villaggi di provenienza. Il governo di Colombo continua infatti a rinviare lo smantellamento dei campi, sostenendo che il procedimento di bonifica dalle mine dei territori al nord richiede più tempo del previsto, così come l’individuazione di fiancheggiatori delle tigri mischiatisi tra i rifugiati.
 
“Anche se ci sono difficoltà e sfide da vincere per riportare a casa i profughi - ha detto il vescovo di Colombo - bisogna fare tutto il possibile per permettere loro di cominciare una nuova vita. Molti di essi sono innocenti e non hanno mai imbracciato le armi”.
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