Mons. Menamparampil: Assam, la pace minacciata dal terrorismo e dalla forza del governo
di Nirmala Carvalho
Il 22 novembre tre bombe hanno causato 8 morti e 54 feriti a Nalbari. Nel nord-est dell’India il terrorismo ha connotati religiosi, etnici e politici. Per il vescovo di Guwahati, impegnato da anni nei processi di pacificazione, gli attentati sono una risposta violenta agli atti di forza delle autorità. L’errore dei politici “è di offrire una soluzione economica ad un problema culturale”.
Guwahati (AsiaNews) - “I due attentati esplosivi che il 22 novembre hanno ucciso 8 persone ferendone 54 a Nalbari dichiarano al mondo che nel nostro Stato c’è un grave problema irrisolto”. Mons. Thomas Menamparampil, arcivescovo di Guwahati, commenta così ad AsiaNews le tre bombe che hanno insanguinato lo Stato indiano dell’Assam.
 
Due bombe sono state piazzate su due bici nei pressi della stazione di polizia di Nalbari esplodendo attorno alle 10 e 30 locali. Dieci minuti dopo un terzo ordigno è scoppiato nella zona del Gopal Bazar.
 
La polizia ha subito concentrato i sospetti sui separatisti dello United Liberation Front of Asom (Ulfa) che da 30 anni combattono nella regione a cavallo tra Cina, Buthan e India per “la sovranità socialista nell’Assam”. Le indagini non escludono tuttavia che l’attentato possa essere anche opera del National Democratic Front of Bodoland (Ndfb), un’altra formazione ribelle che opera nella regione per l’istituzione di uno Stato indipendente dell’etnia bodo che rappresenta il 5,3% della popolazione dell’Assam.
 
Mons. Menamparampil da tempo è impegnato nel processo di pacificazione delle regione (vedi AsiaNews, 12/02/2009, “L’arcivescovo di Guwahati mediatore tra musulmani e tribali indù”) in cui il terrorismo assume connotati religiosi, etnici e politici. Da 13 anni il Joint Peace Team of North-east India guidato dal vescovo è coinvolto nei colloqui tra le differenti etnie che si contrappongono nella regione. 
 
Il vescovo di Guwahati dice ad AsiaNews che le bombe di Nalbari potrebbero essere la risposta ai recenti arresti di alcuni leader dell’Ulfa. “Questi attentati servono ai gruppi militanti per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e documentare che sono ancora vivi. Ogni volta che un leader politico minaccia di colpire un gruppo ribelle o annuncia di averlo fatto, c’è una risposta violenta e perdiamo altre vite umane. Le dimostrazioni di forza da parte delle autorità non sono la via migliore per persuadere i giovani armati a tornare a discutere la pace”. 
 
Mons. Menamparampil racconta: “Io tengo ancora in un cassetto la pallottola che mi sono guadagnato dieci anni fa a Churachandpur durante i colloqui tra i rappresentanti delle tribù dei Kuki e di Paite che erano in conflitto”. 
 
L’impegno della Chiesa nel tentativo di riconciliazione tra etnie e gruppi in lotta ha ormai una lunga storia. “C’è chi domanda con cinismo a cosa abbiano portato i nostri sforzi", dice il vescovo. "Non mi stupisco. Ogni volta che partecipo a colloqui so che possono fallire. Ma ogni volta che otteniamo un piccolo contributo alla pace, siamo infinitamente grati: anche una sola vita salvata ha un valore immenso”.
 
Mons. Menamparampil spiega che il Joint Peace Team “non si coinvolge mai con le problematiche politiche. Le rivendicazioni per l’autodeterminazione, l’istituzione di un distretto autonomo o l’indipendenza dallo Stato non sono il nostro campo di azione”. Per il vescovo la strada maestra per contribuire alla pacificazione è “dimostrarsi sensibili verso le problematiche, reali o percepite, dei vari gruppi”. Le bombe come quelle di  Nalbari minano questo approccio perché trascinano nella violenza le rivendicazioni. Quando ci sono attentati “noi – dice il vescovo – ci troviamo in una situazione di impotenza”.
 
La rabbia che anima i diversi gruppi etnici e arma le varie formazioni ribelli ha radici profonde, legate alle vicende storiche della regione. Mons. Menamparampil dice però che essa è acuita dall’arroganza dell’amministrazione ed “anche dalle atrocità compiute dalla polizia: torture, colloqui farsa e eliminazioni mirate”. Spiega il vescovo: “I poteri speciali che l’esercito ha in aree sensibili permette di stendere un velo di silenzio su molti misfatti. La società civile risponde con le proteste, i gruppi di giovani armati con l’AK-47”.
 Secondo il prelato, “l’errore che  la nostra leadership politica compie è di offrire una soluzione economica ad un problema culturale”. Le autorità “fanno proposte allettanti ai vari leader ignorando l’attaccamento che le diverse comunità hanno verso la loro identità etnica”, “passano bustarelle a quelli che fanno la voce più grossa rendendoli strumenti dell’amministrazione”. Il prelato lamenta anche che certi ambiti di potere “usano i missionari come capri espiatori” perché si oppongono al loro impegno per la crescita e lo sviluppo delle comunità.
 
“Ogni problema ha una soluzione, ma dobbiamo cercarla”, egli dice . E cita la proposta dell’economista e premio Nobel indiano Amartya Sen di “pubblici ragionamenti” per affrontare “le diverse percezioni della giustizia”. “Gli psicologi - aggiunge mons. Menamparampil – affermano che fare crescere persone disturbate non ci aiuterà. I sociologi ci dicono che gli squilibri sociali devono essere eliminati per creare una società pacificata. Le popolazioni di differenti fedi ci insegnano che questa pace è il frutto di una vita onesta. Gesù proclama che chi lavora per la pace è un figlio di Dio. Mi auguro che ci possiamo meritare questo appellativo glorioso. E che la pace regni nella nostra società”.
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