Giovanni Paolo II e i musulmani (III parte)
di Samir Khalil Samir S.J.
Pubblichiamo la terza e ultima parte dell’analisi compiuta sull’insegnamento del Beato Giovanni Paolo II in relazione ai rapporti fra islam e cristianesimo.

Beirut (AsiaNews) - Che cosa si potrebbe trarre da questo rapido percorso compiuto su quasi 27 anni di pontificato (1978-2005)? Proverò a tracciare qualche conclusione.

Dare valore agli aspetti positivi dell’Islam

Seguendo il Concilio, Giovanni Paolo II ha cercato di mettere in valore gli aspetti positivi dell’Islam, come bisogna fare in ogni incontro con l’altro. Il musulmano è per prima cosa un credente, che mette la trascendenza di Dio al primo posto nella sua vita, e che da questo punto prega. Il musulmano è un uomo che ha principi etici che in più di un punto si collegano a quelli dei cristiani. Si colloca nella linea di Abramo e riconosce un posto privilegiato a Gesù e a Maria.

E’ per questo che Giovanni Paolo II è d’accordo su certi punti con i musulmani, per esempio sul tema della lotta contro l’aborto, diventato praticamente libero in Occidente. L’hanno accusato di aver atto una “Santa Alleanza” con l’islam, durante la “Conferenza del Cairo” sulla popolazione (7-13 settembre 1994). Evidentemente non c’è nessuna alleanza, ma l’islam e il cristianesimo, e probabilmente anche altre religioni sono d’accordo su alcuni principi che riguardano il processo della vita, mentre la civiltà occidentale insiste soprattutto sul diritto di ogni individuodi fare le sue scelte in materia di sessualità.

Concretamente, che cosa significa il dialogo?

Che cosa significa concretamente il dialogo? Partiamo dal discorso di Casablanca (agosto 1985). All’inizio, si tratta per Giovanni Paolo II di riconoscere un fatto: “Noi abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini”. Certo, il Papa avrebbe potuto aggiungere: “E molte cose che ci dividono”, e sarebbe stato vero e corretto. Ma questo avrebbe posto troppo presto un ostacolo nei cuori delle persone. D’altronde la distinzione che segue immediatamente “come credenti e come uomini” è molto importante: non c’è che la fede che ci unisce e ci divide. E noi non siamo là per fare fronte comune dei credenti contro chi non crede. Sin dalla partenza è affermato un doppio livello: un livello ristretto e più profondo (credenti) e un altro, più universale e più fondamentale (uomini). Ora il problema, troppo spesso, con i musulmani, in particolare con i più fondamentalisti fra di loro, è di non considerare che l’aspetto religioso, e più ancora l’aspetto settario della religione: “chi non è con noi, esattamente, è contro di noi!”. Qualche riga più avanti, si vedrà l’importanza di questi livelli; Giovanni Paolo II dice: “E’ proprio di Dio che desidero prima di tutto parlare, (…) e parlarvi anche dei valori umani che hanno in Dio il loro fondamento”. Se il nostro dialogo non tocca i valori umani, non interesserà più all’umanità; il religioso separato dall’umano non ha senso, e questo è un punto essenziale da ricordare nel nostro dialogo interreligioso. La religione non è un fine in sé ma è l’Uomo che lo è! Giovanni Paolo II era “troppo umano” per dimenticarlo o semplicemente per non sottolinearlo.

“Noi crediamo nello stesso Dio, il Dio unico, il Dio vivente, il Dio che ha creato i mondi e porte le sue creature alla perfezione”. Questa piccola frase ha suscitato molte discussioni fra i cattolici, e forse anche con i musulmani. Essa è, a mio avviso, un po’ rapida, perché questo è contestato sia da molti musulmani che da un certo numero di cristiani: crediamo veramente allo stesso Dio? E i musulmani aggiungerebbero: “Credete veramente al Dio unico? Non siete gli adoratori del Dio trino?” come dice il Corano: “Non dite ‘Tre’, smettete! Sarà meglio per voi!” (Corano, 4:171 La taqulu thalatun. Intahu ! Khayran la-kum !). Personalmente preferisco la formula del filosofo arabo cristiano, Abù Rà’itah Habīb Ibn Hu dhayfah al-Takrītī, nel suo trattato della Trinità, composto verso l’anno 815 d.c.: “Certo Dio è l’unico, ma quanto è grande la differenza fra la vostra comprensione di Dio e la nostra!” (wa-lakin shattana ma ma bayna mafhumikum lahu wa-mafhumina lahu).

“Dio chiede a ogni uomo di rispettare ogni creatura umana e amarlo come un compagno, un fratello”, dice il Papa. Tale è la conclusione di questo primo paragrafo, che darà il tono a tutto il discorso: rispettare ciascuno come un fratello. E’ l’etica profonda di questo papa, allo stesso tempo così umano e così vicino a Dio. Vedere in ogni persona un fratello, amato da Dio, non è questo il cristianesimo? Sarebbe fuori luogo analizzare così tutto il discorso, e gli altri discorsi. Questo preludio chiarisce a sufficienza la prospettiva del Beato, che ha dovuto lottare per salvare la dignità umana di fronte all’ideologia comunista, e per non proiettare la fede nelle nuvole, di fronte a un certo approccio spirituale.

Dei gesti forti per un dialogo con l’islam

Ha espresso tutto ciò con gesti forti, talvolta discussi, o discutibili: l’incontro con Yasser Arafat (marzo 2000 in Palestina, e il 29 ottobre 2001 in Vaticano), il bacio del Corano (14 maggio 1999), la visita in Turchia (novembre 1979), il discorso a 80mila giovani a Casablanca (19 agosto 1985), l’ingresso nella grande moschea Omayyade a Damasco (6 maggio 2001). Incoraggia la costruzione di una moschea a Roma,e suggerisce che il comune offra il terreno.

Ma è soprattutto lui che lancia l’idea di un incontro dei responsabili di tutti i grandi movimenti religiosi del mondo; questo ha avuto luogo il 27 ottobre 1986 e riunisce 130 responsabili religiosi del mondo intero. E’ stato seguito da due altri incontri ad Assisi, in attesa di quello previsto per l’ottobre  2011, per celebrare il 25mo anniversario del primo. Molti cattolici hanno criticato questo “gesto ambiguo”. E tuttavia il Papa ha avuto cura di aprire questo incontro con le aprole seguenti:

 “Il fatto che noi siamo venuti qui non implica nessuna intenzione di cercare un consenso religioso fra di noi, o di condurre un negoziato sulle nostre convinzioni di fede. Non significa neanche che le religioni possano essere riconciliate sul piano di un impegno comune, in una concessione al relativismo in materia di fedi religiose, perché ogni essere umano deve seguire onestamente la sua retta coscienza con l’intenzione di ricercare la verità, e di obbedirle”.

“Il nostro incontro attesta solamente, ed è la il suo grande significato per gli uomini del nostro tempo, che, nella grande battagli per la pace, l’umanità, con la sua diversità, deve attingere alle fonti più profonde e più vivificanti dove la coscienza si forma e sulle quali si fonda l’azione morale degli uomini”.

 A parte il fatto di baciare il Corano, gesto spontaneo del Papa per marcare il suo rispetto per questo Libro che è la fonte di ispirazione per tanti uomini, gesto che è stato interpretato da molti musulmani come significativo per il riconoscimento del carattere “rivelato” del Corano (il che non può essere per un cristiano), gli altri gesti non comportano ambiguità. Entrare in una moschea è un fatto abituale in Oriente, come per un musulmano entrare in una chiesa in alcune circostanze. Quanto al fatto di togliere le scarpe entrando, è il gesto di Mosè che riconosce un luogo sacro, ed è il gesto abituale che fanno i copti che entrano nel santuario.

Le sue posizioni politiche a favore dei paesi a maggioranza musulmana

Altri gli hanno rimproverato di aver incontrato Yasser Arafat, durante la sua visita in Terrasanta nel marzo 2000, e persino di averlo accolto in Vaticano il 29 ottobre 2001. Questo gesto era l’occasione per il Santo Padre di rinnovare l’appello alla pace e alla non violenza. Come ha dichiarato Joaquin Navarro-Valls, portavoce del Vaticano, alla fine di questo incontro: “Sua Santità, esprimendo le sue condoglianze per le numerose vittime dell’interminabile spirale di violenza, ha rinnovato l’appello affinché tutti abbandonino le armi e riprendano i negoziati”. Dal canto suo il presidente dell’Autorità palestinese ha “condannato ogni forma di terrorismo” e ha sottolineato “il desiderio di pace delle popolazioni palestinesi”. Il Vaticano ha ripetuto il suo augurio di vedere rispettate le risoluzioni internazionali per risolvere la crisi in Medio oriente, “senza dimenticare l’impegno necessario della comunità internazionale mirato ad assicurare ai popoli della regione il rispetto reciproco e la sicurezza per tutti”.

La sua opposizione molto netta all’aggressione contro l’Iraq di Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati ha anche colpito le moltitudini arabe e musulmane. Questo uomo senza esercito è stato uno dei rari personaggi a tenere testa alla corrente favorevole alla guerra in Iraq, in maniera chiara e irrevocabile, nel rispetto dello “stile diplomatico”. Si sa che questa invasione dell’Iraq, cominciata il giovedì 20 marzo 2003, è costata la morte di più di 100mila civili iracheni e ha provocato l’esodo di almeno due milioni di iracheni, rifugiati all’estero da allora, e in particolare di una forte proporzione di cristiani.

In maniera generale, Giovanni Paolo II non era più a favore dei Paesi musulmani di quanto non lo fosse per i Paesi “cristiani” (così come li vedono i musulmani). Era per il diritto e la giustizia internazionali, come strumenti per giungere alla pace. In definitiva, era la difesa della pace e della convivialità che a lui importavano sopra ogni cosa. Perché la guerra anche se avesse motivi “giusti”, non porta che morte e distruzione. D’altronde si vede come per lui, come per una gran parte della Chiesa cattolica, il concetto di “guerra giusta” è sempre più posto in questione. Nel dicembre del 2002 il Papa condanna l’idea di “guerra preventiva”, nel suo messaggio annuale per la Pace proclamato il 1mo gennaio 2003. E’ immediatamente sostenuto dal mons. Renato Martino, nuovo presidente del pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che dichiara: “La guerra preventiva è una guerra d’aggressione e non rientra nella definizione di guerra giusta”. E mons. Jean-Louis Tauran, “ministro degli Esteri” del Vaticano, dichiara, contro l’opinione americana: “E’ necessario attendere i risultati delle inchieste condotte dagli ispettori dell’Onu in Iraq prima di qualsiasi condanna”.

La posizione di Giovanni Paolo II è senza ambiguità. Si oppone a quella di numerosi teologi cattolici neo-conservatori, compresa quella del suo biografo più famoso, George Weigel. Su questo punto il Papa ha una posizione che si ricollega a quella della “sinistra”, per motivi etici.

Insistenza sulla pace e il perdono

Giovanni Paolo II non smette di invitare alla pace, “opportunamente e inopportunamente”, secondo la raccomandazione di San Paolo (2 Timoteo 4:2).

Ai giovani marocchini, nell’agosto del 1985, ripete: “In un modo che desidera l’unità e la pace e che consoce tuttavia mille tensioni e conflitti, i credenti non dovrebbero favorire l’amicizia e l’unione e fra gli uomini dei popoli che formano sulla terra una sola comunità? (N. 3) ”.

Ai cristiani di Terrasanta, dice (il 3 settembre 1994): Malgrado le difficoltà, malgrado l’emigrazione che indebolisce alcune vostre diocesi, continuate  a rendere una testimonianza evangelica generosa di pace e di amore, secondo la parola di Gesù. Vogliate continuare a perseguire il dialogo interreligioso con l’ebraismo e con l’islam.

Ma è soprattutto a Sarajevo, il 13 aprile 1997, che non smette di ripetere la parola: “PACE”: “Dio è unico e, nella sua giustizia, ci chiede di vivere in conformità alla sua santa volontà, di sentirci fratelli gli uni degli altri, di impegnarci a operare affinché la pace sia assicurata nei rapporti umani, a ogni livello. Dio ha piazzato tutti gli esseri umani sulla terra affinché percorrano un pellegrinaggio di pace, ciascuno nella situazione e nella cultura che gli sono proprie. (…).

"Il tempo è giunto di ristabilire un dialogo sincero di fratellanza, ricevendo e accordando il perdono; il tempo è venuto di superare gli odi e le vendette che impediscono ancora il ritorno a una pace autentica in Bosnia Erzegovina".

In questo contesto, Giovanni Paolo II fa una piccola meditazione sul nome stesso di Dio, ripetuto costantemente nel Corano, e preferito da Muhammad come ci insegna la sua biografia ufficiale, quello di Rahman, “Misericordioso”.

"Dio è misericordioso – tale è l’affermazione che tutti i credenti dell’islam amano e condividono -. E’ precisamente perché Dio è così e vuole la misericordia che ciascuno ha il dovere di porsi nella logica dell’amore, così da raggiungere l’obiettivo del vero perdono reciproco".

"La pace, che è un dono offerto da Dio nella sua bontà, è richiesta e ordinata da Lui alle nostre coscienze. Desidera la pace fra le persone, fra le nazioni. E’ ciò che Dio ordina, perché Egli stesso manifesta a ogni uomo e a ogni donna il suo amore, così come il suo perdono, che salva”.

Infine il Santo Padre, da credente e da uomo spirituale, si rivolge all’insieme dei musulmani, dal momento che sono uomini di preghiera, chiedendo loro di implorare la pace attiva. E’ l’uomo di Dio che si rivolge agli uomini di Dio:

“Auspico che la comunità dell’islam, religione di preghiera, possa unirsi all’invocazione che tutti gli uomini di buona volontà elevano a Dio onnipotente per implorare, in un’intenzione comune, la pace attiva che permette di vivere e di collaborare in modo efficace per il bene comune. Che l’Altissimo protegga quelli che, con sincerità e con comprensione reciproca, uniscono le loro forze con generosità e disponibilità, per ricostruire i valori morali comuni a tutti gli uomini che credono in Dio e che amano la Sua volontà”.

Che mi sia permesso di evocare un ricordo personale. Sono stati fortemente impressionato dal Messaggio di Pace del 1 gennaio 2002; si intitolava: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Qualche anno più tardi, sono stato invitato da un’associazione sciita di  Beirut a parlare del martirio in islam e nel cristianesimo, in occasione della festa dell’Ashoura (il 10mo giorno del mese di Muharram, il primo mese dell’anno lunare musulmano). In questa occasione gli sciiti fanno memoria del “martirio” di al-Hussain, nipote di Maometto, rivivendo le sue sofferenze. Ho dunque parlato del martirio di Cristo e del perdono implorato per i suoi persecutori, così come del proto-martire Stefano che riproduce questa stessa attitudine nella sua morte. Ho poi sviluppato il tema di Giovanni Paolo II sulla necessità del perdono se si vuole costruire la pace. Sono stato subito fermato dall’imam, che mi ha detto che questa parola non poteva essere pronunciata lì. C’è stato un dibattito fra di noi, e mi sono preparato a l asciare il luogo, ma dei mediatori sciiti mi ci hanno ricondotto. Di nuovo, tornando qualche minuto più tardi su quel tema, da un punto di vista cristiano, e applicandolo alle relazioni israelo-palestinesi, sono stato interrotto. Questa volta ho abbandonato la sala, ma sono stato raggiunto per strada, e ci sono stato riportato. Abbiamo potuto discutere per bene su questo tema e sulla sua importanza, da un punto di vista cristiano, per costruire la pace.

Credo che Giovanni Paolo II abbia percepito l’importanza fondamentale di questo approccio. Il perdono è, nella sua prospettiva, il completamento del dono. E’ una tappa indispensabile nel percorso di pace in profondità. Finché non c’è perdono non c’è che una tregua, e non veramente la pace.

Il perdono accordato ad Ali Agca che ha attentato alla sua vita il 13 maggio 1981, non è che un segno fra tanti altri. Questo spiega anche le richieste di perdono, innumerevoli, che Giovanni Paolo II ha indirizzato a ogni genere di gruppi, per i misfatti o gli errori commessi dalla Chiesa cattolica nel passato. In molti casi si può dire che queste attitudine erano tipiche della mentalità dell’epoca. Il che non impedisce che il Papa abbia ritenuto necessario che la Chiesa di oggi chieda perdono ai discendenti di queste persone umiliate o eliminate, anche se è evidente che la Chiesa contemporanea non sia responsabile. Questo mi è parso molto caratteristico di questo papa, e ha cercato di trasmettere ai musulmani il valore spirituale di questo messaggio. Ha anche istituito, all’occasione del Giubileo, una “Giornata del perdono” domenica 13 marzo 2000, prima domenica di Quaresima, in cui ha chiesto solennemente perdono “per i peccati passati e presenti dei figli della Chiesa”. “Il pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale infranti passa per un’armonizzazione fra giustizia e perdono, perché i pilastri della vera pace sono la giustizia e questa forma particolare di amore che è il perdono”.

Conclusione: costruire insieme un mondo più fraterno e più spirituale

Cristiani e musulmani devono testimoniare i valori spirituali che mancano al mondo moderno, fortemente secolarizzato:

“In un mondo sempre più secolarizzato e talvolta persino ateo, (…) dobbiamo oggi testimoniare i valori spirituali di cui il mondo ha bisogno. Per prima cosa la nostra fede in Dio. Dio è la fonte di ogni gioia. Dobbiamo anche testimoniare il nostro culto verso Dio, la nostra adorazione, la nostra preghiera di lode e di supplica, l’uomo non può vivere senza pregare, come non può vivere senza respirare. Dobbiamo testimoniare la nostra umile ricerca della Sua volontà. E’ Lui che deve ispirare il nostro impegno per un mondo più giusto e più unito”.

Cristiani e musulmani desiderano che tutta l’umanità raggiunge la pienezza della verità divina. Questo non può accadere che liberamente, senza costrizione. Da qui l’importanza della libertà religiosa, fondamento di tutte le libertà e dei Diritti dell’uomo.

Un osservatore musulmano libanese, il dott. Moahammad al-Sammak consigliere politico del gran muftì sunnita del Libano, avendo partecipato da vicino al Sinodo per il Libano e anche al Sinodo per il Medio oriente, descrive così in un’intervista accordata a Zenit il 28 aprile 2011, la posizione di Giovanni Paolo II riguardo al terrorismo: “Secondo il papa Giovanni Paolo II ‘il terrorismo è figlio di un fondamentalismo fanatico, che nasce dalla convinzione di poter imporre a tutti l’accettazione della propria concezione della verità. Mentre al contrario, anche supponendo che si sia raggiunta la verità – e sempre in un modo limitato e perfettibile - , non si può mai imporla agli altri. Il rispetto della coscienza altrui, in cui si riflette l’immagine stessa di Dio, permette solamente di proporre la verità agli altri, ai quali appartiene poi la responsabilità di accoglierla. Pretendere di imporre ad altri con la violenza quello che si considera come la verità significa violare la dignità dell’essere umano, e in definitiva, offendere Dio di cui è l’immagine’”.

Secondo al-Sammak, Giovanni Paolo II “aveva per principio generale quello di non creare un legame fra nessuna religione e il terrorismo”. L’islam non è dunque fonte di terrorismo, così come la guerra in Iraq “era contraria ai valori cristiani”.

Concluderei con questo pensiero del dott. Al-Sammak, amico di lunga data:

“Credo che Giovanni Paolo II avesse compreso, con una profonda spiritualità, la frase di Cristo nel Vangelo di San Giovanni: ‘Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile’ (10,16). Aveva capito, grazie alla sua fede pura, il senso dell’esistenza di altre pecore, cioè l’esistenza dell’altro, e il senso delle sfumature nella fede in un solo Dio. Così la sua apertura all’altro e il suo rispetto erano in lui l’espressione della sua accettazione della diversità e del suo rispetto per la varietà. Ecco come ha aperto una nuova pagina clamorosa nella storia dei rapporti islamo-cristiani, mettendovi la sua firma specifica dell’amore. Ancor oggi abbiamo bisogno di leggere quella pagina e di arricchirci con tutto ciò che racchiude di spiritualità e di amore”.

VATICANO-ISLAM_(f)_0504_-_Samir_III_parte.jpg