Paul Bhatti: Nonostante le minacce, continuiamo l’opera di Shahbaz per la pace in Pakistan
L’ex ministro per l’Armonia nazionale, nel mirino dei talebani, rilancia il messaggio di armonia e convivenza per cristiani e musulmani. A quasi tre anni dall’assassinio del fratello sottolinea che “il suo sacrificio” è sempre più “un seme per la pace”. E chiede aiuto politico ed economico all’Occidente e ai cattolici del mondo: “Lavoriamo per dare una speranza al futuro”.

Milano (AsiaNews) - "Siamo determinati a continuare con maggiore forza l'opera iniziata da Shahbaz", perché il suo "sacrifico" possa diventare sempre più "un seme per la pace" in Pakistan e in tutto il mondo. E attraverso "la nostra fede" in Gesù, vogliamo mandate un messaggio di armonia e convivenza "che sia per tutti", cristiani e musulmani, e "per tutte le vittime di una ideologia violenta". Con queste parole affidate ad AsiaNews Paul Bhatti - ex ministro federale per l'Armonia nazionale e leader dell'Apma (All Pakistan Miniorities Alliance) - rilancia l'impegno nella lotta all'estremismo in Pakistan e smentisce le voci di una sua fuga dal Paese asiatico per le minacce di morte ricevute. Egli non nega di essere nel mirino dei talebani e dell'ala fondamentalista; la mano che ha inviato pesanti minacce di morte all'attivista cattolico è la stessa che ha rivendicato, con un volantino, l'uccisione di Shahbaz. "Sappiamo di essere sotto tiro - commenta Paul, in questi giorni in Italia - ma continuiamo a lottare per le vittime delle violenze e delle ingiustizie".

Il ministro cattolico per le Minoranze pakistane Shahbaz Bhatti è stato assassinato il 2 marzo 2011, a pochi mesi di distanza dal governatore del Punjab Salman Taseer, musulmano, ucciso il 4 gennaio; entrambi sono finiti nel mirino degli estremisti per aver criticato le leggi sulla blasfemia e difeso Asia Bibi, cristiana madre di cinque figli, condannata a morte in base alla "legge nera" e da tre anni in attesa di appello. All'indomani del "martirio" del fratello, Paul Bhatti ha deciso di lasciare l'Italia, dove viveva da molti anni, per tornare in patria e raccogliere l'eredità lasciata da Shahbaz.

Fino al termine della precedente legislatura, conclusa nel maggio 2013 con la sconfitta alle urne del Partito popolare pakistano (Ppp), egli ha ricoperto l'incarico di Consigliere speciale del Primo Ministro per l'Armonia nazionale. In meno di due anni, e pur fra i numerosi ostacoli e limiti, egli ha saputo ottenere la liberazione di Rimsha Masih, minorenne cristiana con problemi mentali accusata (ingiustamente) di blasfemia e ha promosso iniziative incentrate sul dialogo interreligioso e la riconciliazione fra le diverse anime della nazione. 

Raggiunto da AsiaNews, Paul Bhatti conferma che presto ripartirà alla volta del Pakistan, anche se le minacce costituiscono un pericolo concreto. Egli, come il team di legali che ha difeso Rimsha Masih e quanti si battono per ottenere la condanna degli assassini di Shahbaz nel processo iniziato di recente, è oggetto di minacce e attacchi talebani. "Ma io intendo tornare - afferma - e continuare il mio lavoro con determinazione, accettando i rischi e il pericolo". Rischi e pericoli che sono aumentati da quando il Ppp non è più al governo ed egli non gode più di una difesa personale adeguata. "È una situazione difficile - aggiunge - anche perché non godo di sostegni o coperture particolari, sia a livello politico che economico. Per questo chiedo alla comunità cristiana e all'Occidente di starci vicino, abbiamo bisogno di aiuto per continuare il lavoro di pace e dialogo... seguendo la strada indicata da mio fratello Shahbaz".

Oggi il governo di Islamabad guidato dal premier Nawaz Sharif ha avviato delle trattative per un cessate il fuoco con i talebani; i quali chiedono, in cambio, l'introduzione della sharia (la legge islamica) nel Paese e la liberazione di "guerriglieri", fra i quali gli assassini di Taseer e Bhatti. Del resto, già nei primi due mandati (negli anni 90) l'attuale premier non era affatto contrario a una progressiva "islamizzazione" della nazione e la sua mentalità è di fatto "affine" a quella degli estremisti.

Bhatti e Apma, al contrario, lavorano per unire musulmani e cristiani, per contrastare l'ideologia estremista e promuovere l'armonia. Per questo Paul oggi, come Shahbaz in passato, viene visto che un "infedele", una spia legata all'Occidente e che per questo va combattuta. "Nonostante tutto - spiega - lavoriamo per promuovere una visione positiva del Paese e dare una speranza per il futuro. Questa speranza è anche lo specchio della mia fede e mi ha permesso di coltivare rapporti e amicizie anche con i musulmani, come ho avuto modo di sperimentare in occasione delle ultime festività natalizie". 

Egli rivolge un ultimo pensiero a Shahbaz, che ancora oggi a distanza di tre anni resta una figura viva e amata in molti settori e strati della società pakistana. "La sua battaglia per un Paese pacifico - conclude Paul - è seguita e apprezzata da molti oggi. Ne sono prova le parole del figlio di Bilawal Bhutto Zardari, figlio di Benazir, che ha più volte parlato di Shahbaz come di un eroe e ha espresso il desidero che il prossimo premier possa essere un cristiano". 

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l'islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo ed è il secondo fra i Paesi musulmani dopo l'Indonesia. Circa l'80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono inoltre presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Le violenze contro le minoranze etniche o religiose si verificano in tutto il territorio nazionale, ma negli ultimi anni si è registrata una vera e propria escalation e che ha investito soprattutto i musulmani sciiti e i cristiani. Decine gli episodi di violenze, fra attacchi mirati contro intere comunità - come avvenuto a Gojra nel 2009 o alla Joseph Colony di Lahore del marzo scorso - o abusi contro singoli individui (Asia Bibi e Rimsha Masih), spesso perpetrati col pretesto delle leggi sulla blasfemia. 

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