Dall’autopsia segni di torture sul corpo del giornalista ucciso dall’esercito birmano
Aung Kyaw Naing, negli anni ’80 guardia del corpo di Aung San Suu Kyi, sarebbe morto per gli abusi subiti dai militari. Egli presenta segni evidenti di fratture al cranio, alla mascella e due segni di penetrazione all’altezza del petto. E nono vi sarebbero ferite da arma da fuoco. Crescono le tensioni fra media e militari.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Il cadavere del giornalista freelance birmano Aung Kyaw Naing, meglio noto come Par Gyi, ucciso a colpi di arma da fuoco dall'esercito governativo, mostra segni di tortura che risalgono alle ore precedenti la morte. È quanto riferisce la moglie Ma Thandar, spiegando i risultati emersi dall'autopsia sul corpo del cronista esumato ieri dal cimitero di Kyaikmayaw, cittadina dello Stato Mond, nel sud-est del Myanmar. "Non ho potuto vedere le ferite da arma da fuoco - ha affermato la moglie - ma la sua faccia non era riconoscibile perché mascelle e denti erano rotti, e vi erano segni evidenti di tortura". 

Secondo il referto medico l'uomo presenta evidenti fratture al cranio, alla mascella e due segni di penetrazione all'altezza del petto; si tratta di segni compatibili con gli abusi subiti durante il periodo detentivo per mano dei militari. Vi sarebbe anche la rottura di diverse costole e di una caviglia. 

L'avvocato Robert San Aung, rappresentante legale della famiglia, sottolinea che con molta probabilità Par Gyi è morto "in seguito a tortura", anche perché "non vi sono segni di ferite da arma da fuoco sul corpo". 

Dal 2011 il Myanmar ha iniziato un lento cammino di affrancamento, dopo oltre 25 anni di feroce dittatura militare; tuttavia, la vicenda del giornalista ucciso pone seri dubbi sui reali cambiamenti dell'esercito governativo, ancora oggi "potere forte" del Paese e responsabile di violenze e abusi anche ai danni dei civili, come avviene nello Stato Kachin, nel nord. 

A settembre Aung Kyaw Naing - un passato negli anni '80 come guardia del corpo di Aung San Suu Kyi - è stato prelevato dai militari mentre seguiva gli scontri fra l'esercito i i ribelli Karen nello Stato Mon; dopo continue richieste e pressioni della moglie, i militari hanno annunciato la scorsa settimana di averlo ucciso il 4 ottobre, perché l'uomo avrebbe cercato di rubare la pistola di un soldato durante un tentativo di fuga. 

Secondo il Comitato protezione giornalisti, media e militari sono sempre più ai ferri corti in relazione alla comunicazione di informazioni in materia di sicurezza, percepite sempre più come elementi "sensibili". Nei mesi scorsi quattro giornalisti e il direttore di una rivista sono stati condannati a 10 anni di galera ai lavori forzati, per aver riferito informazioni relative a un impianto nella divisione centrale di Magwe.