La fine dell'occupazione per evitare una nuova Intifada
di Bernardo Cervellera
Le provocazioni dei coloni sulla spianata delle moschee stanno producendo nuove violenze, scontri, uccisioni sommarie da parte della polizia. Paura per la sicurezza israeliana e continua frustrazione dei palestinesi rendono esplosiva la situazione. Fra i palestinesi e gli arabi israeliani cresce la simpatia verso Hamas e lo Stato islamico. L'incuria della comunità internazionale. Papa Francesco: Servono ponti e non muri!

Roma (AsiaNews) - La situazione a Gerusalemme e nei Territori occupati si sta deteriorando ogni giorno di più e il rischio di una nuova Intifada è palpabile.

La tensione recente è partita da Gerusalemme, a causa della polemica e delle provocazioni sulla spianata delle moschee, che gli ebrei chiamano "spianata del Tempio". Da tempo rabbini ultra-nazionalisti e gruppi di coloni sionisti esigono che gli ebrei abbiano un luogo di preghiera sulla spianata. Lo status quo - che lo Stato di Israele ha riconosciuto alla sua fondazione - garantisce ai musulmani la preghiera sul Luogo santo, ma lo proibisce agli ebrei, che però possono visitarla. Il fatto è che ogni volta che ebrei sionisti visitano la spianata, rivendicano di prendere tutto il complesso del tempio (e quindi anche le moschee), come pure tutta Gerusalemme (ovest ed est) come "capitale eterna di Israele", rendendo sempre più pallida la possibilità di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale. 

Nelle scorse settimane vi sono state alcune visite di ebrei sionisti che hanno provocato l'ira dei presenti e tumulti nella città vecchia. Yehuda Glick, un rabbino leader del movimento Temple Mount and Eretz Yisrael Faithful, è stato ferito durante una manifestazione a fine ottobre. Il giorno dopo la polizia ha ucciso il sospettato dell'assalto, Mu'taz Hijazi.

Pur in questa situazione tesa, gruppi di ebrei ortodossi hanno voluto "visitare" e "pregare" sulla spianata, a cui sono seguiti scontri sul Luogo santo (con la polizia entrata perfino nella moschea di al-Aqsa) e in altre parti della città.

Dopo ciò sono avvenuti due attacchi terroristi a Gerusalemme e ad Hebron, in cui arabi israeliani hanno guidato la loro auto contro innocenti passanti, o in attesa del tram, facendo morti e feriti. Anche qui la polizia ha agito con insolita determinazione, uccidendo subito i due attentatori.

Questo stile da esecuzione sommaria da parte della polizia è confermato anche dall'uccisione di un giovane del villaggio di Kafr Kanna vicino a Nazareth. Kheir Hamdane, 22 anni, voleva fermare dei poliziotti che stavano arrestando un suo parente. Secondo la polizia egli aveva in mano un coltello che agitava davanti a loro. Le telecamere di sicurezza mostrano però che i poliziotti gli hanno sparato quando egli si stava ormai allontanando da loro. Per i genitori di Hamdane questo è "un assassinio a sangue freddo".

Di certo, anche la polizia è sotto pressione in queste settimane. Stando a Gerusalemme alcuni giorni fa ho visto soldati impacciati e nervosi nel proteggere i coloni in visita alla spianata. Ma fra i palestinesi e gli arabi israeliani la frustrazione è infinitamente maggiore.

I dialoghi bloccati; le colonie illegali che si ingrossano; il fondamentalismo ebraico in crescita; il governo israeliano che ogni settimana benedice nuovi insediamenti...

Se a questo si aggiungono le difficoltà di comunicazione imposte col muro; le umiliazioni quotidiane ai passaggi; il razzismo strisciante degli israeliani verso i palestinesi e gli arabi israeliani; la giustizia manipolata e anti-araba,  ci si accorge che gli arabi sono ormai a un filo dall'esplodere.

Le nuove forme di "lotta", questi attentati alle fermate del tram mostrano proprio la frustrazione a cui si è giunti. Israele definisce questi gesti "terrorismo"; gli arabi lo definiscono "patriottismo" e coloro che vengono uccisi dalla polizia israeliana senza nemmeno interrogarli, vengono chiamati "martiri". 

Molte personalità che ho avvicinato mi hanno detto che ormai si sta preparando una nuova Intifada, che Israele potrà certo fermare, ma a un prezzo terribile di sangue.

La frustrazione palestinese sta provocando un altro problema: il viraggio verso posizioni più radicali, apprezzando Hamas e lanciando critiche e disprezzo verso Fatah e Mahmoud Abbas, definito "burattino" nelle mani degli israeliani. Dopo anni di tentativi di dialogo il povero Abbas si trova con un pugno di mosche in mano, un territorio spezzettato ridotto al minimo, il desiderio di farsi riconoscere dall'Onu bloccato dal veto degli Usa.

Di fronte a questa mancanza di risultati e all'umiliazione dell'occupazione,  vi sono palestinesi -un tempo moderati - che ormai scelgono di militare nell'Isis (Stato islamico), il gruppo più estremista e sanguinario della nebulosa fondamentalista, pur di avere giustizia e subito.

Questa deriva sempre più fondamentalista dovrebbe preoccupare Israele come pure l'Europa e la comunità internazionale, che poco fa per questa guerra che dura da quasi un secolo.

Secondo israeliani laici e palestinesi moderati, è tempo di pensare non solo a continuare il dialogo, ma a far terminare l'occupazione israeliana sui territori.

I cristiani - come sempre - rischiano di essere stritolati fra i due fondamentalismi. Nei giorni scorsi i patriarchi hanno diramato un comunicato in cui si difende lo status quo a Gerusalemme e si condannano le provocazioni a volerlo cambiare.

Ieri papa Francesco, ricordando i 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, a un certo punto ha aggiunto: "Preghiamo perché, con l'aiuto del Signore e la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, si diffonda sempre più una cultura dell'incontro, capace di far cadere tutti i muri che ancora dividono il mondo, e non accada più che persone innocenti siano perseguitate e perfino uccise a causa del loro credo e della loro religione. Dove c'è un muro c'è chiusura dei cuori. Servono ponti e non muri!". Penso proprio che si riferisse alla Terra Santa, da lui visitata pochi mesi fa.

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