Papa: I talenti che Dio ci ha dato vanno fatti crescere, non deludiamolo!
All'Angelus, Francesco invita i fedeli a "tornare a casa, prendere il Vangelo e rileggere il versetto di Matteo sui talenti. Meditate su quello che ne fate: li distribuite, li fate crescere o li tenete in cassaforte?". Dopo la preghiera mariana, un appello per Roma: "Le tensioni stanno crescendo troppo, le parti si incontrino - anche in parrocchia - per discutere e far vincere il dialogo".

Città del Vaticano (AsiaNews) - Cosa facciamo dei nostri talenti? Li facciamo crescere o li chiudiamo in cassaforte? Lo ha chiesto papa Francesco ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l'Angelus domenicale. Il pontefice ha invitato tutti a fare "una bella cosa: tornati a casa prendere il Vangelo e rileggete questo brano di Matteo. Meditate sui vostri talenti e ricordate che Dio ha fiducia in noi. Non lo deludiamo!".

Lo spunto è come sempre il Vangelo domenicale: "La parabola dei talenti  ha un significato chiaro: l'uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi,  la sua Parola, l'Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono... insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Mentre nell'uso comune il termine 'talento' indica una spiccata qualità individuale - ad esempio nella musica, nello sport, eccetera -, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che Lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal «servo malvagio e pigro» (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell'amore. Perché la paura dei rischi dell'amore ci blocca!".

Gesù infatti, riprende il Papa, "non ci chiede di conservare la sua grazia in cassaforte, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che abbiamo ricevuto sono da dare agli altri: e così crescono. È come se ci dicesse: 'Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso'. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo 'contagiato' con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene porci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta".

Questa parabola, sottolinea ancora Francesco, "ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere quei muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c'è più comunicazione... Fare che questi talenti crescano per gli altri, diano frutto con la nostra testimonianza".

Il Signore, conclude il Papa, "non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti ripone la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi; Dio ha speranza in noi. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia! La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all'umanità con cuore generoso. A Lei chiediamo di aiutarci ad essere 'servi buoni e fedeli', per partecipare 'alla gioia del nostro Signore'".

Dopo la preghiera mariana, il Papa si appella alle autorità della capitale italiana: "In questi giorni a Roma ci sono state tensioni piuttosto forti tra residenti e immigrati. Sono fatti che accadono in diverse città europee, specialmente in quartieri periferici segnati da altri disagi. Invito le Istituzioni, di tutti i livelli, ad assumere come priorità quella che ormai costituisce un'emergenza sociale e che, se non affrontata al più presto e in modo adeguato, rischia di degenerare sempre di più. La comunità cristiana si impegna in modo concreto perché non ci sia scontro, ma incontro. Cittadini e immigrati, con i rappresentanti delle istituzioni, possono incontrarsi, anche in una sala della parrocchia, e parlare insieme della situazione. L'importante è non cedere alla tentazione dello scontro, respingere ogni violenza. È possibile dialogare, ascoltarsi, progettare insieme, e in questo modo superare il sospetto e il pregiudizio e costruire una convivenza sempre più sicura, pacifica ed inclusiva".

 

 

 

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