Cristiani turchi, migranti e rifugiati in attesa di Papa Francesco
Nella sparuta comunità cristiana (0,15% della popolazione) vi sono ora immigrati filippini e africani, oltre ai rifugiati dall'Iraq e dalla Siria. In pochi potranno vedere il pontefice a causa delle imponenti misure di sicurezza. La non esistenza giuridica della Chiesa (eredità di Ataturk) spinge alla testimonianza personale e all'ecumenismo "del sangue". Nelle chiese cercano conforto persone di tutte le etnie, credo, condizioni sociali.

Istanbul (AsiaNews) - Quale chiesa di Turchia attende Francesco? Una Chiesa che è più piccola del più piccolo dei semi, una comunità cristiana sparuta e varia che si assottiglia sempre di più: tra i 76 milioni di abitanti ci sono ancora 120mila cristiani sparsi in minuscole comunità che, fatti i calcoli, rappresenta lo 0,15 per cento.

Questo gruppuscolo di cristiani è molto variegato: composto da ortodossi, protestanti, cattolici latini ma anche armeni, siriaci e caldei. Ultimamente, inoltre, il volto della comunità cattolica è notevolmente cambiato: mentre il numero dei cristiani locali va diminuendo sempre più - i figli degli ultimi rimasti vanno in Europa, in America o Australia - un gran numero di immigrati è giunto dalle Filippine, da vari Paesi dell'Africa e anche dal Medio Oriente, come i profughi sfollati a migliaia dall'Iraq del nord, da Mosul, e dalla Siria.

Le comunità parrocchiali hanno dunque acquistato una faccia variopinta, giovane, vivace, ma anche estremamente bisognosa di nuove attenzioni spirituali e materiali. Mons. Luis Pelatre, Vicario apostolico di Istanbul, vescovo da più di 20 anni di questa cosmopolita città, afferma: "Sì, queste sono ora le pecore del gregge che mi è stato affidato e ne devo tener conto nella pastorale ordinaria, ben attento a saper rispondere alle nuove esigenze dei tempi. Inoltre la situazione ecclesiale è molto cambiata non solo al suo interno, dove ormai è un dato di fatto pregare in turco e avere una liturgia più attenta alla cultura locale, ma si è evoluta positivamente anche nei rapporti con lo Stato, benché ciò non significhi che le cose cambino così rapidamente come vorremmo. Ci vuole pazienza, come diceva Roncalli, a cui mi ispiro continuamente leggendo il suo Giornale dell'Anima, tanta pazienza; ma non mancano i segni positivi. Per esempio recentemente siamo stati invitati - noi sei Vescovi cattolici presenti sul territorio turco - a partecipare in Parlamento alle consultazioni per la nuova Costituzione. Un gesto significativo e sorprendente, impensabile fino a qualche anno fa".

Rimangono però alcune questioni scottanti, come quella delle proprietà dei beni immobili della Chiesa. « Le nostre maggiori difficoltà - prosegue il vescovo - riguardano gli aspetti giuridici, non tanto i rapporti con la popolazione locale, che sono buoni. Qui in Turchia, di fatto la Chiesa cattolica non esiste dal punto di vista giuridico. Nella vita ordinaria dei singoli fedeli questo non comporta particolari problemi, mentre ciò rende difficile la vita come istituzione».

In Turchia, ancor oggi Stato laico a tutti gli effetti, nonostante una crescente islamizzazione, non si possono avviare scuole, ospedali o opere caritative di stampo religioso. Ma la Chiesa, riconosciuta ufficialmente come luogo di culto, diventa punto di riferimento di fede esplicita, "casa di Dio" dove tutti si possono sentire accolti. La presenza ecclesiale si concretizza allora nel farsi raggiungere; nello stare aperti alle persone che bussano e nell'ascoltare la loro fede e recuperare i "frammenti" di Dio sepolti nelle loro esistenze, alla luce del confronto con la fede musulmana; nel consolare e farsi carico delle sofferenze del corpo e dello spirito. In questo "contenitore" che è l'edificio sacro, persone di ogni condizione sociale, età, credo ed etnia cercano la propria identità e un senso alla propria esistenza.

I cristiani di qui sanno bene quanto è importante avere un punto di riferimento e per questo hanno un forte legame con la Chiesa, sia come istituzione, che come edificio e ancor più come comunità di pietre vive: è un tesoro prezioso da costruire e salvaguardare, un grembo materno che sa accogliere chiunque. In Turchia la presenza della Chiesa è così rara che dove c'è diventa subito un luogo dove ogni incontro, col turista, l'ateo, il credente cristiano o musulmano, si fa 'incontro con l'Altro', incontro di dialogo, di amicizia, di fede.

Sempre più numerose sono le persone che bussano alla porta delle chiese per trovare un conforto, un sostegno, un confronto serio, un desiderio di costruire relazioni e approfondire la propria fede e allora non importa più se si è cattolici, ortodossi, latini o armeni.

Proprio per questo, da subito i cristiani in Turchia hanno provato grande affinità e affetto per papa Francesco, percependo il suo desiderio di abbattere i muri e, sulla base di una testimonianza di amore reciproco, di farsi carico insieme dei dolori dell'umanità contemporanea. Questo Papa piace perché a lui stanno a cuore «i cristiani perseguitati», e perché a Gerusalemme, in modo amabile, ha sostenuto che "quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, gli uni accanto agli altri, e a prestarsi aiuto gli uni gli altri con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, si realizza l'ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa. Quelli che per odio alla fede uccidono, perseguitano i cristiani, non gli domandano se sono ortodossi o se sono cattolici: sono cristiani! Il sangue cristiano è lo stesso!".

Ora lo attendono con tanta trepidazione e gioia. Tutti vorrebbero vederlo, toccarlo, baciarlo, fargli sentire il loro affetto e la loro stima, essere da lui benedetti così come vedono accadere in altre parti del mondo. Ma, per motivi di sicurezza, non ci saranno bagni di folla, niente cortei ai lati delle strade. Purtroppo solo pochi prescelti potranno partecipare alla messa che il Pontefice presiederà nella Cattedrale a Santo Spirito in Istanbul nel pomeriggio di sabato 29 novembre. Solo un piccolo gruppo potrà incontrarlo nella celebrazione interrituale delle diverse tradizioni della Chiesa cattolica, alla quale assisteranno i rappresentanti delle Chiese d'Oriente e delle Chiese Protestanti, ma tutti i cristiani sparsi sul territorio turco sperano di ricevere da lui una parola che li consoli e dia speranza e coraggio. Sperano che questo non rimanga solo un viaggio diplomatico e che il Papa con la sua visita faccia loro sentire la presenza vicina e premurosa del Padre che non si scorda dei suoi figli, anche se piccoli, poveri ed insignificanti agli occhi del mondo, confermandoli così nella fede in Gesù Cristo, Signore della storia e Salvatore del mondo. (MZ)

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