Arcivescovo di Karachi: Preghiera e silenzio nelle scuole cattoliche per le vittime della strage di Peshawar
di Shafique Khokhar
Mons. Coutts ricorda le “vittime innocenti di una violenza senza senso”. Il prelato esorta i fedeli a essere fonte di “pace e riconciliazione”. Le divisioni fra gruppi talebani acuiscono le violenze; la guerra di potere fra governo e vertici militari favoriscono il terrorismo islamista. Attivista musulmano: è l’11 settembre del Pakistan. Sacerdote cristiano: attacco al futuro di un Paese civile.

Peshawar (AsiaNews) - "Le scuole e gli istituti cattolici dovrebbero osservare un minuto di silenzio nelle assemblee del mattino e offrire preghiere per le vittime del barbaro attacco alla Scuola pubblica militare di Peshawar". È questo l'invito lanciato per oggi da mons. Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale pakistana, per onorare le oltre 140 giovani vittime del massacro talebano avvenuto il 16 dicembre scorso. In una nota inviata ad AsiaNews attraverso la Commissione nazionale di Giustizia e Pace (Ncjp), il prelato ribadisce la "ferma condanna" del "brutale assalto" e invita a celebrare in modo sobrio le feste di Natale in "rispetto e solidarietà" alle vittime e alle loro famiglie. Ricordando le oltre 100 vittime cristiane dell'attacco alla chiesa di Peshawar del settembre 2013, gli assalti ai volontari anti-polio e le altre "innocenti vittime" di "una violenza senza senso" e del terrorismo, il vescovo chiede "preghiere" e unità. 

"Nel tempo in cui si celebra la nascita di Gesù Cristo, principe della Pace - afferma mons. Coutts - i cristiani devono pregare con fervore per la pace; è compito di ogni cristiano essere promotore di pace, riconciliazione, armonia e unità". L'arcivescovo di Karachi si rivolge anche al governo, ai partiti politici, ai leader religiosi e a tutti i cittadini perché diano una risposta comune "a questo tragico massacro" e chiede "misure urgenti" per garantire la sicurezza a scuole e altri istituzioni, "facili obiettivi" dei terroristi. 

All'indomani della strage, il governo afghano e la International Security Assistance Force (Isaf) di stanza nel Paese hanno assicurato massimo sostegno al capo delle Forze armate pakistane, generale Raheel Sharif, nella lotta contro il terrorismo. Ieri il capo dell'esercito è volato a Kabul per coordinare le operazioni di lotta e repressione dei movimenti islamisti che operano lungo il confine fra Pakistan e Afghanistan. Nel mirino i gruppi separatisi talebani, che usano la violenza efferata e gesti eclatanti (come l'attacco alla scuola) per rivendicare la propria leadership nella galassia islamista.

Secondo alcuni esperti sono proprio le divisioni interne ai talebani una delle cause principali di questi attacchi sanguinari; quando è in discussione il potere, avverte un analista militare, ciascun comandante spinge la propria cellula a gesti audaci per dimostrare la propria forza. E se le divisioni sul fronte talebano acuiscono le violenze, la spaccatura interna al Pakistan fra governo e vertici militari non aiuta certo a garantire la sicurezza. Dietro le quinte, infatti, si sta giocando una vera e propria guerra per il potere fra il Primo Ministro Nawaz Sharif e i generali dell'esercito per il controllo del Paese. Divisioni che sono emerse anche ieri, quando il premier e il capo delle Forze armate si sono recati a Peshawar con mezzi diversi e ciascuno ha affermato di voler "coordinare di persona" l'inchiesta sul massacro. 

Intanto nel Paese si moltiplicano le dichiarazioni di condanna di leader cristiani e musulmani, per un gesto barbaro che ha colpito vittime innocenti. Interpellato da AsiaNews Hanif Sipra, musulmano, coordinatore di South Asia Partnership-Pakistan, parla di "11 settembre del Pakistan". È un attacco "al futuro" del Paese, aggiunge, ai suoi figli e alle sue figlie. "Dobbiamo restare uniti - esorta - contro questi atti disumani" e rivolge infine un monito ai terroristi: "Se avete qualcosa da ridire, fatelo da uomini, combattete contro i nostri soldati e non contro bambini innocenti". L'attivista musulmano Tahir Anjum, di Lahore, afferma che "brutalità di questo tipo non potranno mai essere perdonate, né dimenticate" e serve una risposta comune per salvare il futuro della nazione. 

Per p. Khalid Rashid Asi, parroco a Madina Town (Faisalabad), quello compiuto dai terroristi a Peshawar è un gesto "codardo", di persone che hanno paura dell'esercito e per questo colpiscono i bambini. "Non è un attacco a una scuola - aggiunge - ma è un colpo al futuro di un Pakistan civile", ma ha "unito" il Paese e ora "ogni cittadino sostiene l'esercito" nella sua lotta. Suneel Malik, attivista cristiano, spiega che l'attacco "è contrario ai principi dell'islam", i fondamentalisti "vogliono riportare la nazione all'età della pietra". "Gli studenti e gli insegnanti che hanno perso le loro vite nell'attacco alla scuola di Peshawar - conclude - sono martiri nella lotta al terrorismo e andranno in paradiso. I terroristi, invece, riceveranno la giusta punizione per le malvagità commesse sulla terra". 

 

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