Raid aerei egiziani contro lo Stato islamico in Libia, dopo la decapitazione di 21 copti
Colpiti campi di addestramento e arsenali militari in Libia. Per Al-Sisi "l'Egitto e il mondo intero" devono fronteggiare la sfida islamista. Diffuso il video della decapitazione di 21 lavoratori egiziani. Forte connotazione confessionale, come "vendetta" contro "la gente della croce". "Siamo a sud di Roma". Evacuata l'ambasciata italiana a Tripoli.

Il Cairo (AsiaNews) - L'aviazione militare egiziana ha bombardato stamane all'alba alcune postazioni dello Stato islamico (SI) in Libia. Ne ha dato annuncio la televisione di Stato, all'indomani della diffusione di un video dello SI che mostra la decapitazione di 21 egiziani copti. I raid avrebbero colpito campi di addestramento e arsenali militari vicino alla frontiera con la Libia.

Ieri, dopo la diffusione del video sull'esecuzione dei 21 egiziani, in un discorso alla televisione, il presidente Abdelfattah Al Sisi ha detto che l'Egitto si riservava il diritto di rispondere con tutti i mezzi alla violenza dello SI, "in tempi e modi adeguati". Egli ha anche dichiarato sette giorni di lutto nel Paese per l'uccisione dei 21 egiziani.

Il video mostra i 21 ostaggi ammanettati e con addosso la tuta arancione dei condannati. Dopo un breve percorso su una spiaggia, essi sono fatti inginocchiare e vengono decapitati da 21 boia vestiti di nero e col viso coperto (v. foto).

La notizia dell'esecuzione era girata giorni prima e l'Egitto ha cercato conferme. Fin dall'inizio i prigionieri sono stati bollati come "copti", sottolineando il carattere confessionale dell'esecuzione, sebbene è probabile che i 21 uccisi fossero in Libia solo per lavoro. La maggior parte di loro proveniva da zone povere dell'Alto Egitto.

La Chiesa copta ha comunque confermato che le persone giustiziate sono fedeli copti e "ha fiducia" che gli esecutori saranno portati davanti alla giustizia. L'università di Al Azhar, autorità indiscussa del mondo islamico con base al Cairo, ha condannato l'esecuzione come un gesto "barbaro".

Il video dello SI è intitolato "Un messaggio firmato col sangue alla nazione della croce" e definisce gli ostaggi "gente della croce, seguaci della Chiesa egiziana nemica". La pretesa "ostilità" della Chiesa copta è spiegata in una didascalia che appare dopo la decapitazione, in cui si dice: "Il sangue puzzolente è solo [un inizio] di ciò che vi attende, come vendetta per Camilia e le sue sorelle".

Il riferimento è a fatti del 2004, e riguarda due donne, Wafa' Constantine e Camelia Shehata, spose a due sacerdoti, che avrebbero avuto problemi coniugali. Secondo i jihadisti, esse si sarebbero convertite all'islam e poi rapite dalla Chiesa e nascoste. In realtà, è vero che le donne avevano problemi coniugali, ma non è vero che si sono convertite. Lo stesso defunto capo di Al-Azhar, Tantawi, ha decretato che non c'è la prova della loro conversione. A suo tempo le due donne sono state consegnate alla Chiesa che, per paura di possibili rapimenti da parte dei movimenti islamici, le ha portate in alcuni conventi. Tale storia ritorna di continuo nelle narrazioni dei fondamentalisti musulmani a giustificazione dei gesti terroristi contro i cristiani.

L'Egitto è sospettato di aver lanciato raid aerei contro gli islamisti in Libia già l'anno scorso.

Dalla caduta di Gheddafi nel 2011, la Libia è precipitata in un caos istituzionale e militare, dato che molte milizie che si ispirano al jihad cercano di conquistare zone e potere. Da pochi mesi alcune di loro hanno ufficialmente dichiarato alleanza con lo SI.

Per Al-Sisi "l'Egitto e il mondo intero sono impegnati in una fiera battaglia contro gli estremisti". Quasi a conferma, nel video diffuso, uno dei boia col viso coperto e agitando un coltello davanti alla telecamera avverte in lingua inglese: "Oggi siamo a sud di Roma, nella terra dell'islam in Libia... il mare in cui avete nascosto il corpo dello sheikh Osama bin Laden, lo giuriamo su Allah, sarà mescolato con il vostro sangue".

Ieri, a causa dell'aumento della tensione, l'Italia ha chiuso la sua ambasciata a Tripoli, domandando ai connazionali di lasciare il Paese.

 

 

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