Cattolica vietnamita: Nel carcere comunista, la fede in Dio vince abusi e sofferenze
di Thanh Thuy
Maria Ta Phong Tan, blogger e attivista, racconta i tre anni nella prigione di Thanh Hóa. Dalla preghiera la forza per superare “il dolore e la tristezza” per l’immolazione della madre. La libertà grazie a una “sospensione temporanea” della pena e al viaggio negli Stati Uniti. Dagli Usa continuerà la battaglia per i diritti umani e la democrazia in Vietnam.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) - “Nella prigione comunista sono riuscita a mantenere sempre viva la mia fede. Ho pregato e Dio mi ha dato tante benedizioni. In carcere mi hanno trattato in modo crudele, ma non ho mai pianto davanti a loro. Mi si è spezzato il cuore per il dolore e la tristezza, quando ho saputo che mia madre si era immolata a causa della mia condanna”. Sono queste le prime parole della dissidente e blogger cattolica vietnamita Maria Ta Phong Tan, dopo essere sbarcata lo scorso 20 settembre all’aeroporto di Los Angeles, dopo il volo che dal Vietnam l’ha condotta negli Stati Uniti. La 47enne Tan ha trascorso tre dei 10 anni di prigione cui era stata condannata dalle autorità vietnamite per “propaganda contro lo Stato” (articolo 88 del Codice penale), in relazione al suo blog Cong Ly v Su That (Giustizia e Verità). Lo spazio era dedicato agli “abusi ai diritti umani e alla corruzione fra i funzionari di polizia e all’interno del sistema giudiziario”. 

Maria Ta Phong Tan - ex poliziotta, convertita al cattolicesimo in età adulta - è un membro della Associazione giornalisti indipendenti del Vietnam (Ijavn) e ha promosso campagne online a difesa dell’integrità territoriale del Vietnam nel mar Cinese meridionale. L’attivista ha inoltre lanciato iniziative a difesa dei diritti umani e della democrazia nel Paese.

È stata arrestata insieme al fondatore di Ijavn, il giornalista Nguyen Van Hai (rilasciato circa un anno fa e anch’egli trasferitosi negli Usa) meglio noto con il nome di Dieu Cay, e altri attivisti e blogger. Già in passato i suoi familiari avevano denunciato minacce e terrorismo psicologico cui era sottoposta la donna in prigione dalle sue stesse compagne di cella. Le altre detenute erano solite inoltre scagliare maledizioni contro la madre di Maria, Dang Thi Kim Lieng, che si è immolata tre anni fa per protestare contro le accuse alla figlia.

La liberazione anticipata di Maria sembra essere frutto della pressione diplomatica esercitata da Washington nei confronti di Hanoi. Come precisa la stessa attivista, non si è trattato di una scarcerazione vera e propria, quanto piuttosto di una “sospensione temporanea” dell’esecuzione della sentenza, che il 19 settembre scorso ha permesso alla donna di lasciare il carcere duro di Thanh Hóa (nel nord). 

“Non si tratta di espulsione” dal Vietnam, aggiunge l’attivista cattolica, che promette di “continuare a combattere per la democrazia e i diritti umani” nel Paese. In queste prime giornate da donna libera, Maria vuole anche ringraziare quanti hanno operato per la sua scarcerazione: Ambasciata Usa ad Hanoi, il Consolato a Ho Chi Minh City, tutte le Ong, Reporter senza frontiere )Rsf) e i padri Redentoristi nella ex Saigon. “Tutte queste persone - afferma - mi sono state di grande aiuto mentre mi trovavo nella prigione comunista”. 

“Continuerò a combattere per la giustizia, la verità e la democrazia in Vietnam” promette la blogger cattolica, sperando che il governo di Hanoi “aiuterà le persone ad avere liberà di pensiero, vera democrazia” perché da “troppo tempo (70 anni) essi vivono nella paura”. “Se il regime comunista - conclude - non farà dei cambiamenti improntati a una vera democrazia, un giorno il popolo si ribellerà per rovesciare il regime”. 

Da tempo in Vietnam è in atto una campagna durissima del governo contro dissidenti, blogger, leader religiosi (fra cui buddisti), attivisti cattolici o intere comunità come successo nel 2013 nella diocesi di Vinh, dove media e governo hanno promosso una campagna diffamatoria e attacchi mirati contro vescovo e fedeli. La repressione colpisce anche singoli individui, colpevoli di rivendicare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti civili dei cittadini.

Attivisti e gruppi pro diritti umani riferiscono che, al momento, vi sono fra i 150 e i 200 blogger e attivisti rinchiusi nelle carceri vietnamite, con la sola colpa di aver voluto esercitare (e difendere) diritti umani fondamentali.

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