Missionario Pime: fra buddisti e musulmani, l’annuncio del Vangelo è fonte di consolazione
P. Luca Bolelli, da otto anni in Cambogia, raccolta l’esperienza di missione. Il suo villaggio sorge in un’area a maggioranza musulmana, che negli ultimi anni registra un fenomeno di crescente “radicalizzazione”. I “limiti” come luogo “dell’essere cristiano”. Il compito di annuncio passa attraverso “il coinvolgimento della comunità”, la fraternità e la lettura del Vangelo.

Kdol Leu (AsiaNews) - “Fare il missionario in Cambogia è una fortuna, perché qui è ancora più evidente la novità portata dal Vangelo. In Italia, in Europa facciamo più fatica a cogliere la bellezza, il messaggio di fede, speranza e carità. In questo contesto non cristiano, osservando in controluce, percepisci con maggiore chiarezza come tutto ciò non sia scontato. E l’esperienza di scoperta del Vangelo diventa fonte di consolazione enorme”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Luca Bolelli, 40enne sacerdote del Pontificio istituto missioni estere (Pime), originario di Bologna e da otto anni nel Paese del Sud-est asiatico. “Sono felice della scelta missionaria, pur con tutti i miei limiti - aggiunge - che in questi anni ho sperimentato in modo forte. Perché essi sono anche il luogo dell’esperienza del Signore e la conferma di una grazia caratteristica dell’essere cristiano”. 

P. Bolelli ha frequentato il seminario diocesano di Bologna, approfondendo gli studi teologici; nel 2001 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Da sei anni è parroco di Kdol Leu, un villaggio sulle rive del Mekong, circa 40 km a nord di Kompong Cham, capoluogo dell’omonima provincia nella parte centro-orientale del Paese. Egli guida un villaggio cattolico (fondato nel 1882 da p. Lazar), in una nazione a larghissima maggioranza buddista ma in un’area in cui vi è una marcata prevalenza di musulmani (il 3% del totale nel Paese) di etnia cham.

“I rapporti con i buddisti sono più semplici - racconta - perché cattolici e buddisti sono khmer, la principale etnia del Paese. I Cham sono un altro popolo, con un’origine particolare, forse indonesiana, parlano un’altra lingua… e in quanto minoranza tendono a compattarsi attorno alla propria identità”. Negli ultimi anni, prosegue, è “emersa una progressiva ‘arabizzazione’ della comunità musulmana cham, con una presenza sempre maggiore di persone che vengono dai Paesi arabi e, grazie al denaro, costruiscono moschee e assimilano i costumi, radicalizzandoli”. 

Tornando alla missione, p. Luca inizia raccontando i primi incontri avventi durante il periodo di studi, quando il seminario diocesano ospitava sacerdoti di terre lontane che testimoniavano con entusiasmo la loro esperienza. “Mi hanno aperto un mondo sui bisogni e sulle realtà”. A questo si aggiunge il contesto familiare, che ha sempre “avuto attenzione al sociale, ai poveri”. Questa combinazione di elementi “mi ha portato alla ricerca di un istituto missionario”. Fra questi, la scelta del Pime è dovuta al fatto che “mantiene un legame saldo con le chiese di origine. Diocesanità e servizio alla chiesa locale sono i due elementi di maggior valore che ho trovato al suo interno”.

Parlando della propria esperienza, p. Luca afferma: “All’inizio pensavo fosse ‘più facile’ essere missionario, ma la realtà è diversa. Sto sperimentando il limite, la fatica che non è solo fisica, i tempi, il ritmo della missione”. Una presa di coscienza, aggiunge, che nasce dall’incontro “con le persone, con la loro storia, i loro eventi personali, il loro percorso”. Uno degli aspetti più faticosi è quello del rapporto con il potere, l’autorità, che in un villaggio di missione spesso viene a coincidere con il sacerdote stesso. “Se non sono attento - conferma il missionario Pime - divento non uno strumento di servizio, ma di abuso”. A questo si aggiunge “l’aspetto della libertà del cuore, la scelta di prendere i voti, il celibato, che comportano l’impegno e la promessa di amare tutti, senza preferenza, con la consapevolezza di avere gli occhi puntati su di sé”. 

Per spiegare meglio questo aspetto della missione, p. Luca racconta l’esperienza vissuta di recente con una signora, vedova di 30 anni e madre di quattro figli. “La donna, legata alla nostra missione, si innamora di un uomo che veniva da fuori e, per restare con lui, era pronta a trasferirsi lasciando la casa e la comunità. Le ho detto di pensare ai figli, di non prendere decisioni avventate, usando anche toni forti. Lei ha colto queste mie parole - prosegue - come una violenza ulteriore e non sono riuscito ad aiutarla. Le altre persone della comunità mi hanno aiutato a capire anche il suo punto di vista, che in Cambogia sono i figli a seguire le orme dei genitori; per proteggere i bambini, stavo scardinando le loro tradizioni, che vanno invece tenute ben presenti se si vogliono approfondire le relazioni. Ho capito che, prima di tutto, è fondamentale ascoltare e valutare il contesto”. 

Ecco perché l’impegno all’evangelizzazione diventa sempre più un “guardare al Vangelo”, ascoltare la novità racchiusa nella parola di Gesù, coinvolgendo “il più possibile” tutta la comunità cristiana nella missione stessa. “E fare in modo - avverte - che siano i fedeli a essere i primi missionari”. Da qui la volontà di promuovere attività di gruppo, fra cui “la lettura comunitaria del Vangelo”, che ha permesso “di far crescere le persone nella fede”.

Del resto l’elemento della “fraternità” è essenziale nello sviluppo della comunità: “Se non ci si cala nella realtà - conclude p. Luca - si perdono il significato e il valore dell’annuncio e questo vale anche nelle omelie, che devono essere il più possibile testimonianze, parole concrete”.(DS)

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