Vicario salesiano: Ancora nessuna notizia di p. Tom, rapito dopo il massacro di Aden

Il sacerdote del Kerala era cappellano delle suore di Madre Teresa, quattro delle quali sono state uccise nel loro convento. È in missione in Yemen da quattro anni. Suo zio Matteo, salesiano anche lui, è stato il fondatore della missione. P. Tom aveva deciso di restare nel Paese, pur avendo la possibilità di abbandonarlo. I salesiani sono presenti in Yemen dal 1987 e si prendono cura dei pochi cattolici locali e dei molti lavoratori migranti.


Roma (AsiaNews) – Dopo quasi una settimana, non vi è ancora alcuna notizia sulla sorte di p. Tom Uzhunnalil (v. foto), il sacerdote salesiano rapito da probabili terroristi, dopo il il massacro delle quattro suore di Madre Teresa e di altre 12 persone ad Aden lo scorso 4 marzo. P. Francesco Cereda, vicario del Rettor maggiore, spiega ad AsiaNews l’impegno delle autorità indiane e del Kerala (Paese d’origine di p. Tom), del Vaticano, del Vicario per l’Arabia del sud e della Conferenza episcopale indiana per avere informazioni e aprire trattative coi rapitori. Allo stesso tempo, p. Cereda racconta del fiume di preghiere che si diffondono nel mondo salesiano, dato che “a Dio tutto è possibile”. Il vicario del Rettor maggiore ricorda anche che p. Tom – che nei mesi scorsi aveva subito alcune violenze (la sua chiesa era stata bruciata) – aveva deciso di rimanere nel Paese in guerra per sostenere le missionarie della Carità e i fedeli cattolici presenti in Yemen, quasi tutti lavoratori migranti provenienti da India, Filippine, Sri Lanka, Indonesia.

P. Tom, 56 anni, è nato a Ramapuram, vicino a Pala (Kottayam, Kerala), da una famiglia profondamente cattolica. Suo zio Matteo, morto lo scorso anno, anch’egli salesiano, è il fondatore della missione in Yemen.  P. Tom si trova in Yemen da quattro anni.

Ecco l’intervista che il vicario del Rettor maggiore ci ha rilasciato. (BC)

 

P. Cereda, quali notizie ha su p. Tom Uzhunnalil e su una sua possibile liberazione?

Finora non abbiamo alcuna notizia sulla situazione di p. Tom. Il Ministro indiano degli Esteri, Sushma Swaraj, ha assicurato che il governo farà ogni cosa che è in suo potere per localizzare, per avere il rilascio di don Tom e per portarlo indietro sano e salvo.

Anche il primo Ministro dello Stato Federale del Kerala,  Oommen Chandy, ha assicurato ogni possibile aiuto; egli è in frequente contatto con il governo centrale e con l’Ispettore della comunità salesiana di Bangalore, che è l’ispettoria di origine di don Tom. Questo interessamento si spiega perché p. Tom è originario del Kerala.

Anche la Conferenza episcopale indiana e in Mons. Paul Hinder,  il Vicario Apostolico dell’Arabia del Sud stanno prendendo ogni iniziativa possibile. Essi sono in contatto con la Segreteria di Stato vaticana, la nunziatura del Kuwait, il governo degli Emirati.

Oltre a tenere aperti tutti i canali per possibili trattative, vi è anche un movimento di preghiera fra i salesiani, la gente di Aden, tutti voi che ci mostrate solidarietà. La nostra azione è sostenuta dall’efficacia della preghiera perché “tutto è possibile a Dio”.

Come è l’impegno dei salesiani in Yemen?

Siamo in quel Paese dal 1987. Siamo stati presenti per radunare e curare dal punto di vista sacramentale e spirituale un gran numero di cattolici migranti da India, Filippine, e da altre parti che lavorano negli ospedali, negli ospizi, nelle compagnie di business. A Sana’a, la capitale, i salesiani offrono il servizio pastorale anche ai cattolici presenti nel corpo diplomatico. Noi siamo gli unici sacerdoti presenti in Yemen e siamo divenuti un grande sostegno per le missionarie della Carità, che si prendono cura di malati, anziani, bambini bisognosi nelle città di Sana’a, Aden, Hodeida e Taiz.

La situazione del Paese non è favorevole al dialogo [con i musulmani-ndr]. Così, i salesiani si sono limitati anzitutto a offrire i propri servizi alle istituzioni guidate dalle suore e ai migranti cattolici, aiutando anche la popolazione locale nei suoi bisogni. Va detto che vi sono pochissimi yemeniti cattolici: molti hanno lasciato il Paese o hanno abbandonato la fede.

Da oltre un anno la situazione in Yemen è precipitata con la guerra. Come mai siete rimasti?

Eravamo coscienti che la situazione peggiorava di giorno in giorno. Il governo dell’India ha chiesto ai suoi connazionali di lasciare lo Yemen, ha chiuso la sua ambasciata e nel 2014 ha riportato a casa migliaia di indiani. Il superiore della provincia salesiana di Bangalore, a cui è affidata la missione in Yemen, ha discusso il da fare con mons. Hinder. Capivamo che andare via tutti, voleva dire privarsi dell’unica presenza cattolica organizzata in Yemen. Allo stesso tempo, non si poteva obbligare nessuno a rimanere. Così si è lasciato decidere la questione ad ogni individuo. Di cinque salesiani presenti nel Paese, tre hanno deciso di ritornare in India; due hanno deciso di rimanere per assistere in particolar modo le missionarie della Carità, anch’esse decise a restare, insieme ai pochi cattolici che lavorano nei loro centri. I due sacerdoti rimasti, uno dei quali è p. Tom, hanno offerto il loro servizio pastorale fra grandi rischi per la loro incolumità, spostandosi da una comunità all’altra delle suore di Madre Teresa.

Quali prospettive vede per il futuro?

In questo momento ci preoccupiamo di risolvere la situazione di emergenza e la sorte del nostro confratello p. Tom. Non abbiamo ancora preso in considerazione le prospettive di futuro.

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