Cina: la legge sul figlio unico non c’è più, ma resta la multa per chi l'ha infranta

Il governo centrale ha chiesto di “non imporre limitazioni” alla registrazione dei cittadini, ma 13 milioni di persone vivono senza documenti e senza accesso ai servizi pubblici. Colpa dell’avidità della burocrazia, che sulla pianificazione familiare ha costruito un sistema per spillare denaro di cui nessuno vuole più fare a meno. Le critiche dei giuristi: “Un grosso fallimento per il diritto”.


Pechino (AsiaNews) – Miao Miao ha sette anni, ma nella sua stessa nazione è di fatto un’invisibile. Seconda figlia dei suoi genitori, con la sua nascita ha infranto i regolamenti di pianificazione familiare che sono stati usati per limitare moltissime famiglie delle metropoli cinesi e costringerle ad avere un solo figlio. I più giovani, in questi casi, vengono privati dello “hukou”: il certificato di residenza emanato dal governo che permette alla popolazione di ricevere i servizi pubblici, dall’istruzione alla sanità. Anche dopo che il Partito comunista ha dichiarato la fine della “politica del figlio unico”, nell’ottobre 2015, le famiglie che hanno infranto la legge prima di questa dichiarazione sono ancora costrette a pagare multe salatissime per ottenere lo “hukou” dei loro secondi o terzi figli.

La multa, che il governo definisce “tassa per il mantenimento sociale”, è pesante: da tre a sei volte il guadagno annuale di una famiglia di medio livello. L’esecutivo ha più volte cambiato il nome della multa nel corso degli anni: negli anni Ottanta, quando è stata introdotta, era definita “tassa per nascita extra”; nel 1994 è divenuta “tassa per nascita non pianificata”. L’attuale terminologia è stata adottata nel 2001.

Il balzello è così oneroso che molte famiglie scelgono di non registrare mai il loro secondo figlio. Un censimento nazionale effettuato nel 2010 ha dimostrato che la Cina ha almeno 13 milioni di abitanti senza “hukou”, proprio come Miao Miao. Per un brevissimo periodo, le famiglie con figli non registrati hanno sperato che le cose cambiassero per il meglio: il 14 gennaio 2016, infatti, il Consiglio di Stato ha ordinato ai governi locali di registrare tutti.

Il gabinetto di governo ha chiarito che registrare e rilasciare un “hukou” rappresenta “un diritto basilare di ogni cittadino”, e ha aggiunto che ai governi locali era proibito imporre altre condizioni che potessero prevenire le famiglie cinesi a registrarsi.

Ma nella realtà le cose sono cambiate molto poco. Un emendamento proposto alla Legge per la pianificazione familiare e la popolazione, proposto nel dicembre 2015, mantiene le multe per quelle famiglie “che non operano secondo la legge”. Yang Wenzhuang, vice direttore della Commissione per la salute nazionale e la pianificazione familiare, ha dichiarato durante una conferenza stampa l’11 gennaio scorso che le regole “non possono essere semplicemente ignorate. La multa – ha aggiunto – non può essere fatta saltare come una frittella”.

Il governo, ha sottolineato, dovrebbe tenere il denaro accumulato prima che venisse abbandonata la legge sul figlio unico; allo stesso tempo, i governi locali dovrebbero continuare a punire quelle famiglie in cui siano nati più bambini rispetto a quanto prescrive la legge (il limite per la maggior parte dei nuclei familiari è oggi pari a due bambini per famiglia).

Il valore delle multe cambia a seconda del luogo, perché i governi locali ne possono fissare l’estensione. Ad esempio un lavoratore migrante della città sud-occidentale di Chongqing – che ha chiesto di non pubblicare il suo nome – dichiara che dovrebbe pagare 40mila yuan (circa 5.600 euro) se volesse lo “hukou” per il suo secondo figlio. Cinque anni fa, aggiunge, la multa era di 20mila yuan. Tuttavia, spiega ancora, nella provincia meridionale del Guangdong dove lavora, i genitori pagano soltanto una piccola frazione della multa, intorno al 2% del totale.

È difficile ottenere un certificato nelle megalopoli nazionali. In dicembre 2015, la capitale ha introdotto alcuni piani che prevedono un sistema di punteggi che permette alle persone senza “hukou” di ottenere lo status di residente permanente, ma il sistema prevede come pre-condizione “essere a posto con le politiche familiari della città”.

Una contabile di 38 anni dice di essere riuscita a ottenere il documento – rilasciato dalla città di Pechino – soltanto per il figlio maggiore e soltanto dopo aver dichiarato di essere entrambi dipendenti del marito; inoltre, la richiesta per il figlio minore è stata rigettata. Questo significa che lo “hukou” del piccolo vale soltanto nella provincia centrale dell’Hunan, luogo di nascita del ragazzo.

Quando la contabile ha sentito che il governo aveva abolito la legge sul figlio unico, ha chiesto diverse volte alla polizia della capitale di trascrivere il documento del figlio minore affinché avesse validità anche a Pechino: la risposta è sempre stata “assolutamente no”. È un problema serio, perché si avvicina per il figlio piccolo il primo giorno delle elementari: i funzionari dell’istruzione di Pechino dicono che questo ragazzo, e gli altri nella sua situazione, potranno andare a scuola. Ma le regole di questa ammissione non sono per niente chiare.

La donna racconta inoltre che molti suoi colleghi le hanno spiegato che diverse scuole accetteranno suo figlio anche senza il documento, ma soltanto a patto che la coppia possa provare di essere davvero i genitori e che la “tassa per il mantenimento sociale” è stata pagata. Lei non ha nessuno di questi documenti: la famiglia ha pagato il balzello, ma si è accordata con il governo locale per pagare meno. In cambio, però, hanno dovuto rinunciare alla ricevuta.

Il funzionario Yang ha dichiarato che la situazione della capitale “è speciale” e quindi le regole per ottenere il documento “sono leggermente più severe” rispetto a tutti gli altri posti. Questo modo di vedere è stato criticato dagli esperti: Zhan Zhongle, professore di diritto alla Peking University, ritiene che questa opinione rifletta “il protezionismo dei dipartimenti e delle regioni”. Il problema, aggiunge, “ha le sue radici in un modo di pensare che valorizza la burocrazia e l’ufficialità a tutti i costi, ma non ha basi legali”.

Wu Youshi, avvocato della provincia orientale del Zhejiang che si è opposto per anni alla legge sul figlio unico, ritiene che Pechino “non debba godere di alcun privilegio speciale” e che le regole “dovrebbero essere le stesse in ogni provincia”.

Spillare denaro

La “tassa per il mantenimento sociale” è divenuta una importante fonte di reddito per le Commissioni locali per la pianificazione familiare, dice una fonte che ha lavorato per più di tre decenni nel governo della provincia nord-occidentale del Gansu. “Se non vi fossero barriere per ottenere lo hukou – spiega – non avremmo modo di ottenere denaro”. Per incoraggiare le famiglie a pagare, la Commissione in cui la fonte ha lavorato ha tagliato la somma di un quarto o persino un quinto: uno sconto molto comune in diversi posti.

Esperti e docenti criticano però proprio la legalità di questa tassa. Huang Wenzheng, demografo della Johns Hopkins University negli Stati Uniti, e Liang Jiangzhang della Scuola di management della Peking University, sostengono che mantenere in vita la tassa dopo l’abolizione della legge sul figlio unico sia un “grosso fallimento” per il diritto.

L’unica motivazione che mantiene in vita la “tassa sul mantenimento sociale”, scrivono i due in un editoriale pubblicato online sulla versione cinese del Caixin, “è proteggere i propri interessi e mantenere la propria esistenza”. D’altra parte, nel 2014 al The Beijing News il portavoce della Commissione nazionale per la pianificazione familiare Song Shuli ha dichiarato che “cancellare la tassa sarebbe una mossa ingiusta nei confronti di tutti coloro che hanno risposto alla chiamata della nazione e obbedito alle politiche di pianificazione familiare”.

Huang e Liang non sono d’accordo, e sottolineano che la multa colpisce i poveri molto più dei ricchi: “Chi ha denaro può avere quanti figli vuole, basta che paghi le multe. Ma chi non ha denaro di fatto perde i propri diritti riproduttivi. Come possiamo parlare di giustizia se famiglie con conti in banca diversi vengono trattate in maniera così differente?”.

(Questo articolo è apparso nell’edizione del 22 febbraio 2016 su Caixin, a firma di Sheng Menglu e Luo Ruiyao. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews)

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