Sarà Pechino a scegliere il prossimo Dalai Lama

Lo ha dichiarato oggi Qiangba Puncog, capo del governo della provincia tibetana, che ha aggiunto: "Il Dalai Lama non può rientrare in Cina se non rinuncia all'indipendenza". 


Pechino (AsiaNews/Scmp) – Il governo locale del Tibet ha dichiarato oggi che Pechino sceglierà il successore del Dalai Lama secondo le antiche regole seguite dal buddismo tibetano per secoli. Qiangba Puncog, capo della provincia, ha detto che se l'attuale Dalai Lama – che il 6 luglio ha compiuto 70 anni – dovesse morire in esilio, Pechino seguirà i precedenti stabiliti dal buddismo tibetano per scegliere il suo successore. "La scelta – ha aggiunto Qiangba – non è mai stata fatta dal Partito Comunista cinese ma dalle regole tradizionali del buddismo tibetano, sin dalla dinastia Qing [dal 1644 ndr]".

Un precedente di questo tipo è gia avvenuto nel 1995, quando Pechino ha rifiutato la designazione a Panchen Lama – seconda carica spirituale buddista – di Gedhun Choekyi Nyima ad opera del Dalai Lama ed ha invece nominato Gyaltsen Norbu. All'epoca Pechino giustificò il suo operato rivendicando l'esattezza di un metodo praticato nel '700, ovvero il sorteggio di un nome su 3 inseriti in un'urna d'oro, conservata allo Yunghegong (Tempio dei Lama) nella capitale. Il Dalai Lama aveva invece affidato ad un monaco di "riconoscere" la reincarnazione del Panchen Lama. A tutt'oggi, Gedhun Choekyi Nyima è tenuto in totale isolamento, insieme alla sua famiglia; Gyaltsen Norbu è invece curato da alti membri del Partito nell'educazione e nelle sue uscite pubbliche, dove loda di continuo la leadership cinese e la sua politica verso il Tibet.

Parlando della situazione politica, Qiangba ha detto che al Dalai Lama – che è fuggito dal Tibet nel 1959 per rifugiarsi in India – non sarà permesso il rientro in patria se prima non opera una "rinuncia completa" della richiesta di indipendenza per la regione. "Il punto chiave – ha sottolineato – è che il Dalai Lama ed i suoi seguaci devono promettere di rinunciare l'indipendenza del Tibet e salvaguardare la nostra integrità nazionale".

Le richieste del governo tibetano in esilio a Dharamsala, città indiana che ospita gli esuli tibetani, sono cambiate nel corso degli anni: da una totale indipendenza si è passati alla richiesta di un'autonomia stile Hong Kong - "un Paese, due sistemi" - fino ad un'autonomia parziale che riguardi solo la libertà religiosa. Lo stesso Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, in occasione del compleanno del Dalai Lama, ha dichiarato che egli "non è più il problema, ma la chiave per la soluzione dei nostri problemi con Pechino".

La questione tibetana è scoppiata dopo l'occupazione militare cinese del 1950. Dall'invasione delle truppe comuniste sono stati demoliti migliaia di monasteri, templi e monumenti artistici. Il governo cinese ha attuato una vera e propria "pulizia etnica" con aborti forzati, sterilizzazioni di massa, arresti e condanne a morte. Anche la cultura e la religione tibetana sono a rischio, essendo proibiti l'uso della lingua e lo studio delle tradizioni, oltre al  trasferimento in Tibet di milioni di coloni cinesi.

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