Manila: Pechino deve rispettare l’arbitrato sul mar Cinese meridionale

Il ministro filippino degli Esteri pronto a sollevare la questione nel vertice euro-asiatico in programma domani. Secca la replica di Pechino: “non è il luogo giusto” per farlo. Vescovi filippini preoccupati per i migranti in Cina. L’appello di mons. Santos: "Non parlare della controversia in pubblico e sui social network". 


Manila (AsiaNews) - La Cina dovrebbe rispettare la sentenza della Corte permanente di arbitrato (Cpa) sulla Legge del Mare, in base alla quale Pechino “non ha alcun diritto” di sovranità sui territori contesi nel mar Cinese meridionale. È quanto afferma in una nota il governo di Manila, a due giorni di distanza dallo storico - sebbene non vincolante - verdetto del tribunale dell’Aja in merito alle controversie nelle acque della regione Asia-pacifico. 

Ieri Pechino è intervenuta sulla vicenda, bollando come “fallito” il tribunale internazionale che ha emesso la sentenza e ribandendo la sovranità su isole e atolli della discordia. La leadership di Pechino afferma di essere stata “la prima ad aver scoperto, dato un nome, esplorato e sfruttato” l’area, esercitando in modo “continuativo e pacifico” sovranità e la giurisdizione. 

Pronta la replica del governo di Manila, affidata a una nota ufficiale del ministro filippino degli Esteri Perfecto Yasay. L’alto funzionario annuncia di voler discutere della controversia nel contesto della due giorni di summit Asia-Europa (Asem) che si aprirà domani a Ulan Bator, in Mongolia, alla presenza del premier cinese Li Keqiang.

Il ministro Yasay presenzierà alla conferenza a nome del neo presidente Rodrigo Duterte e “solleverà la discussione nel contesto dell’agenda dell’Asem”. Manila intende proseguire “nell’approccio pacifico e basato sulle regole e il diritto” per dirimere le controversie nel mar Cinese meridionale. Il governo esorta inoltre “tutte le parti in causa a rispettare la decisione”.

Il neo presidente Duterte, che ha mantenuto sinora un approccio più morbido nei confronti della Cina e un atteggiamento più diplomatico in merito alla controversia, ha definito la sentenza una “pietra miliare”. Egli non ha però voluto celebrare la decisione dei giudici, continuando la politica del basso profilo e rilanciando il proposito di condividere le risorse naturali con Pechino. 

Intanto il governo cinese ha già fatto sapere che il summit in Mongolia “non è il luogo giusto” per discutere della questione, che dovrebbe essere esclusa “dall’agenda dei lavori” come annunciato dal vice-ministero degli Esteri Kong Xuanyou. 

Le ripercussioni politiche e sociali della sentenza del tribunale dell’Aja destano più di una preoccupazione anche fra i vescovi filippini, intervenuti in queste ore sulla questione. L’attenzione è puntata sui migranti che vivono e lavorano in Cina, i quali potrebbero essere oggetto di attacchi o rappresaglie da parte di movimenti nazionalisti o singoli cittadini.

Per questo mons. Ruperto Santos, vescovo di Balanga e presidente della Commissione episcopale per la cura dei migranti e dei lavoratori oltremare della Conferenza episcopale (Cbcp), invita i concittadini a “non parlare” in pubblico della questione per “motivi di sicurezza”. “Invitiamo i migranti filippini - sottolinea il prelato - a mantenere un atteggiamento responsabile, rispettoso e di basso profilo. Non vi è alcun bisogno di dibattere in pubblico della questione”. Egli esorta anche i concittadini che vivono in Cina a non formare gruppi e a non parlare della decisione sui social media e nei forum online. 

Lo scorso anno i vescovi filippini avevano promosso una “oratio imperata” per la pace nel mar Cinese meridionale. 

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