Opec: via libera al taglio della produzione. Sale il prezzo del greggio sui mercati

Il nuovo limite è fissato fra i 32,5 e i 33 milioni di barili al giorno. Un calo di 700mila barili al giorno rispetto al passato. Ministro iraniano del petrolio: decisione “eccezionale”. Il prezzo del Brent aumentato del 6% tocca quota 49 dollari al barile. Riyadh taglia i salari nel pubblico impiego.


Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - I Paesi membri dell’Opec hanno raggiunto un accordo preliminare finalizzato, per la prima volta in otto anni, al taglio della produzione del greggio; una decisione che ha subito generato un aumento dei prezzi dell’oro nero sui mercati. La maggioranza delle nazioni esportatrici ha strappato il via libera all’accordo durante gli incontri, che si sono conclusi ieri, in Algeria.

Un vertice che, in un primo momento, sembrava destinato a concludersi con un nulla di fatto. In seguito a un paziente lavoro diplomatico alla fine è arrivato il via libera al taglio della produzione, che allenta i timori di un eccesso di offerta sui mercati. 

Bijan Zanganeh, ministro iraniano del Petrolio, ha sottolineato che “l’Opec ha preso una decisione eccezionale”. 

Il prezzo del Brent, riferimento internazionale per il petrolio, è aumentato quasi del 6% fino a toccare quota 49 dollari al barile. Sui mercati asiatici il guadagno è stato solo parziale; tuttavia, le imprese della regione ne hanno tratto grande beneficio e presentano indici in salita. 

I ministri del Petrolio riuniti ad Algeri riferiscono che i dettagli dell’accordo verranno finalizzati nel corso di un vertice informale Opec, in programma a novembre. 

Secondo le prime indiscrezioni, la produzione diminuirà di circa 700mila barili al giorno, sebbene i tagli non saranno distribuiti in modo uniforme in tutto il cartello; all’Iran - a lungo penalizzato dalle sanzioni internazionali per il programma atomico - sarà infatti concesso di aumentare la produzione. 

In passato le divisioni fra Teheran e Riyadh - i due grandi rivali della regione mediorientale - hanno fatto fallire numerosi tentativi di accordo. 

Analisti ed esperti ricordano che la maggioranza dei Paesi produttori, in particolare le nazioni più piccole, premevano da tempo per un taglio, avendo registrato un crollo nei prezzi del barile che fino a due anni fa si aggiravano attorno ai 110 dollari.

Il limite fissato nell’accordo prevede un tetto massimo fra i 32,5 e i 33 milioni di barili al giorno per i Paesi Opec. Finora la produzione giornaliera si attestava sui 33,2 milioni di barili. 

Fra le nazioni che hanno subito il maggiore contraccolpo dal calo dei prezzi vi è anche l’Arabia Saudita che, nei giorni scorsi e per la prima volta nella storia, ha tagliato i salari per i dipendenti pubblici. L’obiettivo dell’esecutivo è quello di frenare le spese e fissare un tetto ai costi, in un momento di difficoltà sul piano finanziario per il calo dei proventi del petrolio. 

Un decreto reale conferma che i salari ministeriali saranno ridotti del 20%; al contempo è previsto un taglio del 15% per le indennità di alloggio e per il noleggio di auto previsto per i membri del direttivo del Consiglio della Shura. Per i funzionari di rango inferiore vi sarà la sospensione dell’aumento salariale, oltre che limiti agli straordinari e alle ferie. 

Circa i due terzi della forza lavoro saudita è impiegata nel settore pubblico. Nel 2015 salari e stipendi hanno rappresentato il 45% della spesa pubblica, pari a un totale di 128 miliardi di dollari. Una spesa che ha contribuito a generare un deficit record di bilancio di 98 miliardi di dollari. 

Analisti ed esperti riferiscono che in Arabia Saudita si va sempre più erodendo il tacito accordo fra cittadini e leadership, in cui i primi accettavano un impiego a vita - non troppo faticoso - in cambio del mantenimento dello status quo. Il deficit di bilancio mostra però la necessità di un cambiamento radicale e urgente. 

Ad aprile il principe ereditario Mohammed bin Salman ha reso pubblico un piano di riforme, chiamato “Vision 2030”, il cui obiettivo è la riduzione della spesa pubblica e porre un limite alla dipendenza dal petrolio. Il progetto prevede un taglio del 40% delle spese nel settore pubblico entro il prossimo decennio, favorendo al contempo l’occupazione nel privato. 

A dicembre il governo ha inoltre tagliato i generosi sussidi per la benzina e altre utilità, ma l’ondata di protesta che si è sollevata ha spinto il principe Mohammed a licenziare sei mesi più tardi il ministro per l’Acqua e l’elettricità. 

Intanto i cittadini sono divisi fra i sostenitori della riforma e i contrari; questi ultimi ricordano la scelta del defunto re Abdullah nel 2011, il quale per fermare sul nascere la Primavera araba nel Paese ha stanziato 130 miliardi per l’aumentato dei salari nel pubblico, promosso l’edilizia convenzionata e sussidi per la disoccupazione.  

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