Presidenzialismo, islamizzazione, lotta ai curdi: la strada di Erdogan per il potere

Il partito di opposizione curdo Hdp è stato il solo a contrastare in Parlamento il piano di modifica istituzionale del Paese. Il voto sulla riforma dovrebbe svolgersi ad aprile 2017. In caso di vittoria nelle mani di Erdogan un accentramento di poteri unico. La lira turca paga l’instabilità e perde il 6% sul dollaro in un mese. La politica di repressione post-golpe colpisce anche la scuola. 

 


Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - In Turchia prosegue la campagna del capo di Stato Recep Tayyip Erdogan che, attraverso un referendum, vuole modificare l’assetto istituzionale dello Stato dall’attuale repubblica parlamentare al presidenzialismo, con un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri. In quest’ottica il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp, al governo nel Paese) ha intensificato la campagna di repressione contro i curdi, per conquistare sempre più voti nella destra nazionalista. Una campagna che ha contribuito a radicalizzare ancor più i contrasti nel Paese e ha acuito le tensioni con l’Europa, che denuncia una vera e propria deriva autoritaria. 

All’indomani del (fallito) colpo di Stato in Turchia del luglio scorso, il presidente Erdogan e il governo di Ankara hanno lanciato una campagna di repressione contri i (presunti) autori del fallito golpe. Fra questi vi sono anche i sostenitori del predicatore islamico Fethullah Gülen, ritenuto la mente del colpo di Stato in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti.

Finora le autorità turche hanno fermato decine di migliaia di persone, fra cui docenti, militari, intellettuali, oppositori politici, imprenditori, giornalisti, attivisti e semplici cittadini. La repressione governativa ha colpito con particolare ferocia il più importante partito di opposizione filo-curdo (il Partito democratico dei popoli, Hdp), i cui vertici sono stati arrestati di recente. 

Analisti ed esperti spiegano che il governo mostra i muscoli nella lotta contro i curdi per compiacere la destra nazionalista, il cui sostegno in Parlamento è essenziale per indire un referendum sul presidenzialismo. Un voto che si dovrebbe tenere in primavera - i bene informati parlano di aprile 2017 - e che porterebbe al trasferimento del potere esecutivo dal Primo Ministro al presidente, oltre che inserire la contemporaneità di voto per presidenziali e legislative. 

In questo modo Erdogan si pone alla testa dello Stato, alla guida del governo e mantiene la leadership del suo partito. Un accentramento unico dei poteri, contro il quale si era schierato in modo aperto il partito curdo Hdp; da qui la decisione del “sultano” e dei suoi fedelissimi di aprire la caccia ai curdi, un tempo “sfruttati” per l’ascesa al potere. 

La politica di repressione curda promossa da Erdogan è sostenuta con forza dai nazionalisti dell’Mhp, che hanno accolto con favore l’arresto dei vertici del partito filo-curdo. E proprio per corteggiare la destra il capo di Stato si è detto disponibile a reintrodurre la pena di morte, sollevando così le proteste di Bruxelles. Hisyar Ozsoy, vice presidente dell’Hdp, ha affermato di recente che “[noi] siamo l’ostacolo principale [al presidenzialismo] e dobbiamo essere eliminati”. 

La situazione di instabilità e repressione promossa dalla leadership di Ankara ha avuto pesanti ripercussioni nella vita economica, culturale e scolastica del Paese. A confermare il clima di incertezza dei mercati, il fatto che la lira turca abbia perso quasi il 6% del proprio valore sul dollari nel solo mese di ottobre. 

Tuttavia, gli effetti più evidenti della politica post (fallito) golpe voluta da Erdogan emergono nella scuola e nel sistema educativo turco. In questi mesi le autorità hanno sospeso o licenziato 30mila docenti. Uno di questi è il prof. Erdem (che non vuole rivelare l’intera identità nel timore di ritorsioni) che racconta di aver appreso la propria cacciata “da un social network”.

“Il mio nome - spiega - era all’interno di una lista pubblica” con l’accusa di aver “sostenuto organizzazioni terroriste”. In realtà egli in passato si era battuto per lotte sindacali e, dopo 20 anni di carriera, si trova senza un lavoro e con il passaporto (come quello della moglie e dei figli) sospeso d’ufficio dalle autorità. Il suo nome è marchiato a “penna rossa” sul sito internet del governo. “Non sono l’unico caso - conclude l’uomo - tutti qui hanno paura”. 

Oltre alle modifiche in chiave istituzionale, per molti il tentato golpe si è rivelato per Erdogan “un dono di Dio” per cambiare anche il sistema scolastico ed educativo. Una vera e propria “rivoluzione culturale” che da una visione laica dell’istruzione si sta progressivamente trasformando un un modello radicale islamico. Dal velo al divieto di indossare la gonna per le donne, dai programmi educativi alla presenza di imam e scuole coraniche, la fine di un modello educativo laico e pluralista appare sempre più evidente. Studenti e docenti hanno provato a protestare contro questa campagna governativa, iniziata ben prima del tentato golpe; tuttavia, le repressioni che hanno seguito il fallito colpo di Stato hanno silenziato anche le voci dei giovani e dei loro professori.

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