Il governo birmano “ripulisce” le prove delle violenze contro i musulmani Rohingya

È l’accusa lanciata da attivisti e ong internazionali, che criticano i risultati pubblicati da una commissione governativa. Al termine dell’inchiesta il panel “indipendente” ha smentito violenze, aggiungendo: “La presenza di moschee è una prova del fatto che non è in atto una persecuzione”. Anche la minoranza musulmana del Myanmar piange il suo piccolo Aylan.

 


Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Attivisti e organizzazioni pro diritti umani accusano il governo birmano di cercare di “ripulire” le tracce delle violenze contro i Rohingya nello Stato di Rakhine, nell’ovest del Myanmar. Una presa di posizione netta e durissima delle associazioni umanitarie, mentre il governo di Naypyidaw sbandiera i risultati di una commissione di inchiesta secondo cui non vi sono prove di “genocidio” nella regione a maggioranza musulmana.

Ieri, infatti, una commissione governativa, allestita su richiesta della premio Nobel per la pace e ministro birmano degli Esteri Aung San Suu Kyi, ha respinto le accuse di abusi da parte delle forze di sicurezza. Al contempo, resta aperta una indagine contro un gruppo di poliziotti ripresi - in un video amatoriale - mentre picchiavano in modo brutale alcuni abitanti di villaggi Rohingya.

Negli ultimi mesi sono aumentate in modo esponenziale le violenze fra il Tatmadaw (esercito governativo) e quello che i soldati definiscono “un gruppo militante di musulmani Rohingya” nello Stato Rakhine. I Rohingya sono una minoranza musulmana - di poco più di un milione di persone - originaria del Bangladesh, alla quale il Myanmar non riconosce la cittadinanza e i cui membri abitano in campi profughi sparsi in più parti del Paese.

Dall’inizio di ottobre, il bilancio parla di almeno 90 persone uccise e circa 34mila sfollati. Il Tatmadaw continua a passare di villaggio in villaggio ripulendo il territorio dagli elementi ribelli. A nulla sono valsi finora gli appelli alla pace fatti dal card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon e da altre personalità locali e internazionali.

La popolazione Rohingya parla di esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, stupri, case date alle fiamme nel contesto di una campagna ribattezzata dal governo “operazione di pulizia”, volta a colpire quanti avrebbero sferrato attacchi contro i militari birmani. Naypyidaw continua a smentire con forza le voci di abusi e di genocidio, però continua a impedire l’accesso all’area a giornalisti indipendenti e operatori umanitari.

Aung San Suu Kyi, un tempo icona dei diritti umani, è da tempo al centro di polemiche e accuse internazionali ; la “Signora”, infatti, non avrebbe mai assunto una posizione a difesa della minoranza musulmana, avallando - seppur in maniera tacita - le violenze commesse dalla maggioranza buddista e dall’esercito contro i Rohingya. Da qui la decisione della ministro degli Esteri (e Consigliere di Stato) di formare un panel “indipendente”, che ha respinto le accuse di violenze. Nella nota diffusa al termine dell’indagine si afferma che la presenza di “popolazione Bengali [termine usato dal governo per identificare i Rohingya, ndr], la crescente presenza di Mawlawi (studiosi islamici), moschee ed edifici religiosi sono prova del fatto che non vi è in atto un genocidio o una persecuzione religiosa”.

Diversa la posizione di attivisti e associazioni pro diritti umani, che continuano a rilanciare le accuse di violenze. Phil Robertson, vice-direttore per l’Asia di Human Rights Watch (Hrw), sottolinea che la commissione sembra operare più come “un meccanismo di pulizia del governo”, piuttosto che un organismo che intende promuovere giustizia. Matthew Smith, fondatore del gruppo Fortify Rights, aggiunge che l’esercito “ha commesso crimini e atrocità” che la commissione “sta cercando di ripulire”.

A conferma del clima di violenze, la terribile immagine che sta circolando in queste ore sui siti web e giornali, che ritrae un bambino Rohingya di nemmeno due anni riverso sul terreno, privo di vita. Uno scatto che ricorda il dramma del piccolo Aylan Kurdi, naufragato nel settembre 2015 sulle coste curde mentre cercava - con la famiglia - di raggiungere l’Europa. Oggi anche i Rohingya in Myanmar piangolo il loro piccolo Aylan: si tratta di Mohammed Shohayet, 16 mesi, che fuggiva dallo Stato Rakhine per raggiungere il Bangladesh con la madre, lo zio e il fratello. Egli sarebbe morto affogato, quando la barca con la quale attraversava il fiume Naf è affondata colpita dalle pallottole dell’esercito governativo.

 

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