Kuala Lumpur, forum interreligioso lancia l’Anno di solidarietà internazionale pro Rohingya
di Joseph Masilamany

L’Asean Rohingya Centre (Arc) ha promosso un incontro dedicato alle sofferenze della minoranza musulmana in Myanmar. Presenti leader musulmani, cristiani e buddisti. Necessario accrescere la conoscenza a livello regionale e mettere fine agli abusi. Inviato speciale Oic: “Odio comune” in Birmania verso i Rohingya. Chiese malaysiane: Al governo il compito di curare i rifugiati.

 


Kuala Lumpur (AsiaNews) - Un Anno di “solidarietà internazionale” 2017 per i Rohingya, nel tentativo di alleviare le sofferenze della minoranza musulmana dell’ovest del Myanmar, da tempo oggetto di violenze e persecuzioni da parte dell’esercito birmano e del governo centrale. È l’idea lanciata nei giorni scorsi, a conclusione di un forum organizzato dall’Asean Rohingya Centre (Arc) e che si è svolto al Malaysia Institute of Integrity. Un appello accompagnato dal canto di una scuola che ha accolto bambini provenienti da famiglie di profughi Rohingya.

Al centro della discussione gli ultimi casi di abusi che hanno sollevato indignazione e proteste in seno alla comunità internazionale; attivisti e associazioni pro diritti umani hanno puntato il dito contro il governo di Naypyidaw, accusandolo di  “ripulire” le tracce delle violenze contro i Rohingya nello Stato di Rakhine.

Mohd Helmi Ibrahim, direttore esecutivo Arc, sottolinea che la dichiarazione di intenti è sostenuta da diverse organizzazioni non governative (Ong). Lo scopo, aggiunge, “è di accrescere la conoscenza a livello regionale” e il “bisogno urgente” di porre fine agli abusi ai diritti umani, alle discriminazioni e alle violenze.

Negli ultimi mesi sono aumentate in modo esponenziale le violenze fra il Tatmadaw (esercito governativo) e quello che i soldati definiscono “un gruppo militante di musulmani Rohingya” nello Stato Rakhine. I Rohingya sono una minoranza musulmana - di poco più di un milione di persone - originaria del Bangladesh, alla quale il Myanmar non riconosce la cittadinanza e i cui membri abitano in campi profughi sparsi in più parti del Paese.

Dall’inizio di ottobre, il bilancio parla di almeno 90 persone uccise e circa 34mila sfollati. Il Tatmadaw continua a passare di villaggio in villaggio ripulendo il territorio dagli elementi ribelli. A nulla sono valsi finora gli appelli alla pace fatti dal card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon e da altre personalità locali e internazionali.

La popolazione Rohingya parla di esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, stupri, case date alle fiamme nel contesto di una campagna ribattezzata dal governo “operazione di pulizia”, volta a colpire quanti avrebbero sferrato attacchi contro i militari birmani. Naypyidaw continua a smentire con forza le voci di abusi e di genocidio, però continua a impedire l’accesso all’area a giornalisti indipendenti e operatori umanitari.

Inaugurando gli interventi del forum, l’ex ministro malaysiano e inviato speciale per il Myanmar della Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) Tan Sri Syed Hamid Albar ha sottolineato che “queste persone, i Rohingya, non costituiscono una minaccia per il buddismo in Myanmar”. Nel Paese, aggiunge, vi è un “odio comune” nei confronti della minoranza musulmana, cosa che non avviene “con altri gruppi etnici perseguitati dal governo, come i Kachin e i Karen”. “Nessuno vuole pronunciare - afferma - il nome dei Rohingya. E questo è il risultato delle paure e dell’odio razziale instillati dallo Stato nei cuori delle persone comuni”. Syed Hamid ha proseguito il suo intervento sottolineando che oggi, più che in passato, è necessario “essere inclusivi e abbracciare tutte le religioni, praticando il pluralismo”. E questo vale anche per il Myanmar. Egli non risparmia critiche nemmeno ad Aung San Suu Kyi, ministro birmano degli Esteri e Consigliere di Stato, finita al centro delle polemiche per la mancata difesa della minoranza musulmana. Quando era agli arresti domiciliari, ricorda il leader Oic, “abbiamo promosso campagne per il suo rilascio. Siamo andati in Myanmar proprio per questo motivo. Tuttavia, oggi permette la persecuzione dei Rohingya senza intervenire, e questo è inaccettabile a maggior ragione da un vincitore del Nobel per la pace e icona dei paladini per i diritti umani”.

Al forum in Malaysia hanno partecipato anche leader religiosi fra cui personalità buddiste, cristiane e di altre fedi. In una nota a conclusione dell’incontro il Consiglio delle Chiese della Malaysia (Ccm) si rivolge al governo di Kuala Lumpur perché “riconosca” e “affronti” il dramma e le sofferenze dei rifugiati Rohingya il Malaysia. Finora le autorità locali, pur esprimendo vicinanza alla minoranza musulmana perseguitata non hanno predisposto misure efficaci per la loro tutela e salvaguardia. Il rev. Herman Shastri, segretario generale Ccm, ricorda che è compito del governo prendersi cura di queste persone vulnerabili e non lasciare “languire” nei centri di accoglienza.

 

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