Dopo la Primavera araba, l'Egitto sprofonda nella crisi
di André M. Azzam

Il turismo è a un punto morto, manca il petrolio e i prezzi sono saliti alle stelle. Per la famiglia media è impossibile acquistare farmaci di base o prodotti di prima necessità. Sul fronte politico, la situazione è più che deludente: i vertici del regime poliziesco e totalitario sono saltati, ma le infrastrutture sono afflitte da corruzione e da un sistema oltraggioso. La speranza per la ripresa di uno stile di vita accettabile.

 


Il Cairo (AsiaNews) – La “primavera araba” ha suscitato speranze immense per il popolo egiziano. Purtroppo, da sei anni, questo popolo va da una delusione all’altra.

La “rivoluzione popolare” del gennaio-febbraio 2011 è stata recuperata in modo veloce dai Fratelli Musulmani, che sono riusciti a impadronirsi del potere, non in maniera democratica, come piace ripetere all’occidente, ma proprio nel modo in cui si svolgono le elezioni dall’epoca di Nasser.

Il regime islamico è durato solo un anno e non ha risposto ad alcuna delle aspettative del popolo. È stato proprio il popolo a rovesciare questo regime con l’aiuto di tutti gli organismi costituiti, fra cui anche le forze armate. Il 30 giugno 2014, più di 30 milioni di manifestanti provenienti da tutta la nazione, da Alessandria al nord fino ad Assuan al sud (più di mille chilometri), hanno reclamato la partenza dei Fratelli Musulmani.

Non c’è stato un colpo di Stato militare, ma un vero grido lanciato dal popolo con tutto il cuore.

Dopodiché la situazione non ha fatto altro che degenerare:

In pratica il turismo è a un punto morto. Il petrolio manca, e da un anno l’Arabia non fornisce più petrolio all’Egitto (come sanzione politica) e il prezzo della benzina è raddoppiato dall’oggi al domani.

I grandi progetti, come il raddoppio della via marittima del canale di Suez, non hanno portato le entrate che ci si aspettava in ragione della caduta mondiale dei prezzi del petrolio e della rarefazione del passaggio di cargo nel canale.

Un altro grosso problema: la svalutazione disastrosa della sterlina egiziana nel 2016. Il dollaro americano oscillava fra 6 e 8 sterline egiziane mentre l’euro fra 8 e 10. Con la svalutazione, il dollaro è arrivato a un valore compreso fra 20 e 22 sterline egiziane mentre l’euro ha del tutto superato le 20 sterline egiziane.

Di conseguenza, vi è stato un aumento vertiginoso dei prezzi. In via ufficiale, le statistiche e le cancellerie d’ambasciata valutano il tasso d’inflazione a circa il 40%. Dopo la Capmas (Central Authority for People’s Mobilization and Statistics) i prezzi del pane e dei cereali sono aumentati del 65,5%, il riso dell’86%, il caffè, il tè e il cacao dell’82%.

Ma spesso, questo è un eufemismo, soprattutto per gli abitanti dell’entroterra. Il prezzo di un chilo di zucchero è passato da cinque a 10 sterline egiziane in una notte. Un sacco di farina, prodotto di largo consumo nei villaggi, dove il pane viene preparato in casa, è passato da 100 a 200 sterline egiziane. Per una famiglia di sei persone servono almeno due sacchi di farina al mese, cioè una spesa di 400 sterline egiziane al mese, che grava molto su un salario mensile medio di 1500 sterline.

Al contrario, ci sono delle derrate alle quali la gente comune deve rinunciare. Ad esempio: essendo il caffè è già abbastanza caro, i ceti modesti ripiegavano sul Nescafé, ma il costo di un pacchetto da 100 grammi è passato da 45 a 125 sterline egiziane ed è stato necessario rinunciarvi.

Senza contare le altre derrate come uova, latte, carne o il pesce, i cui prezzi si sono più che triplicati…

Altri prodotti che le persone non possono più permettersi: i medicinali. Le sovvenzioni statali per i medicinali sono state abolite e i prezzi dei farmaci di base sono aumentati 10 volte.

Sul fronte politico, la situazione è più che deludente: i cacicchi del regime poliziesco e totalitario sono saltati, ma le infrastrutture sono ancora afflitte da corruzione e da un sistema oltraggioso. Da un altro lato, le autorità pensano di difendersi attaccando tutti i loro oppositori, come intellettuali, giornalisti e leader sociali. Anche le Ong sono viste con sospetto dalle autorità, le quali credono che queste organizzazioni svolgano attività di proselitismo in ambito religioso o politico.

Al momento, l’atmosfera generale in Egitto è piuttosto grigia. Le risorse naturali non bastano più, il potere d’acquisto si è ridotto al massimo, la disoccupazione raggiunge tassi altissimi e le prospettive sono funeste.  

L’unico barlume di ottimismo risiede nell’animo essenziale del popolo egiziano, di natura accogliente, ricco di umorismo e capace di riprendersi, una volta rimessi insieme elementi come sicurezza, lavoro, chiari orizzonti e concreta speranza di sopravvivere.

In un ambiente per il 95% desertico, questo popolo così amabile ci darà presto prova che dalle pietre posso crescere dei fiori.

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