Studenti cooptati e spettatori pagati alla Festa per l’annessione della Crimea
di Vladimir Rozanskij

Per gli alunni era un giorno di “festa obbligata”. Volantini promettevano 400 rubli “per tre ore di lavoro”, in realtà per partecipare alla “Festa”. Diversi rappresentanti dei partiti e movimenti nazionalisti hanno ripetuto la proposta di fare del 18 marzo una festa nazionale ufficiale e – a gloria del referendum di Crimea – giorno fisso delle votazioni più importanti.


Mosca (AsiaNews) – Attivisti, studenti cooptati e spettatori pagati hanno formato la gran parte del pubblico che sabato scorso, 18 marzo, ha preso parte a Mosca a un grande concerto, chiamato “Festival della Primavera”. Scopo della manifestazione,  celebrare i tre anni dall’avvenuta annessione della Crimea alla Russia, con il referendum del 2014 che si tenne appunto tra il 16 e il 18 marzo (in Russia la primavera convenzionalmente inizia il 1 marzo).

Secondo i dati della Questura di Mosca, sulla collina dove sorge l’Università di Mosca si sono radunate oltre 150mila persone. Il canale televisivo “Dozhd”, una delle poche voci relativamente critiche del mondo russo dell’informazione, ha diffuso anche la notizia che per il Festival le autorità di Mosca hanno speso oltre 22 milioni di rubli (circa mezzo milione di euro). Hanno preso parte alla manifestazione i leader di tutti i partiti tranne il comunista Zjuganov, e a differenza dei due anni precedenti non è intervenuto il presidente Putin; al concerto sono intervenuti molti dei più famosi cantanti russi.

Il pubblico era formato dagli attivisti dei movimenti patriottici, dagli studenti dell’università e dagli alunni delle scuole, per i quali era un giorno di “festa obbligata”, ma anche una fetta numerosa di spettatori pagati. In città erano stati distribuiti volantini che promettevano 400 rubli a chi si fosse presentato alle 15 del 18 marzo presso l’adiacente stazione della metropolitana. Il compenso era previsto “per tre ore di lavoro”, e sarebbe stato consegnato a mano alla fine della manifestazione, a cui era necessario recarsi “in colonna fino al posto designato, rimanere un poco e quindi a casa”. Presso il luogo designato alla stazione della metro attendevano più di duemila membri del servizio d’ordine di vari gruppi e movimenti nazionalisti, che hanno organizzato il corteo sotto enormi striscioni con gli slogan “Per la Patria! Per l’indipendenza dagli USA! Per Putin!”. Un’altra colonna attendeva gli studenti delle scuole, obbligati a partecipare alla manifestazione, con dei cartelli su cui erano segnati i numeri delle scuole stesse.

Diversi rappresentanti dei partiti e movimenti nazionalisti hanno ripetuto nei loro interventi la proposta, avanzata nei giorni scorsi da alcuni deputati della Duma di Stato, di fare del 18 marzo una festa nazionale ufficiale e – a gloria del referendum di Crimea – giorno fisso delle votazioni più importanti. Una sorta di Election-Day a partire dall’anno prossimo 2018, quando si terranno le elezioni presidenziali che vedranno la rielezione di Putin al suo secondo settennato consecutivo. L’attuale presidente della Russia fu nominato primo ministro da Eltsin nel 1999, l’anno successivo fu eletto presidente per un mandato quadriennale rinnovato nel 2004. Nel 2008 cedette il posto al fido Medvedev (attuale primo ministro) fino al 2012 (mentre egli stesso ricoprì la carica di premier), quando fu eletto secondo le nuove regole per sette anni. Nel 2018, secondo gli annunci fatti dallo stesso Putin, si dovrebbero tenere le elezioni anticipate di un anno, per approvare insieme alcune riforme che darebbero ancora più poteri al presidente, la cui popolarità è tuttora ai massimi storici, proprio grazie alla “riconquista” della Crimea di tre anni fa e alla “gloriosa” resistenza alle sanzioni anti-russe dell’Occidente e dell’America, tornata a essere il grande nemico di sempre.

Proprio la nuova amministrazione americana del presidente Trump, nel frattempo, sembra abbia scelto di accreditare sempre più apertamente questo gioco di ruoli della nuova Guerra Fredda. Il 16 marzo, infatti, il Dipartimento di Stato americano ha diffuso per bocca del suo rappresentante, Mark Toner, una dichiarazione di sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina, confermando la condanna degli USA all’occupazione russa della Crimea. L’amministrazione americana promette di mantenere le sanzioni contro la Russia, finché l’annessa penisola non verrà restituita all’Ucraina.

Nella dichiarazione si sottolinea che, durante questi tre anni di “occupazione” russa, in Crimea si è avuta una sistematica repressione delle opposizioni e una diffusa violazione dei diritti umani, fino a una serie di inspiegabili sparizioni e omicidi, all’internamento forzato di rappresentanti del partito dei tatari di Crimea in ospedali psichiatrici, come anche di alcuni giornalisti. E negando a osservatori stranieri il diritto di visitare la penisola.

La Crimea insomma è diventata nuovamente il simbolo della nuova era dei rapporti internazionali: dalla “spartizione di Jalta” del 1945, che inaugurò la guerra fredda della seconda metà del Novecento, si è passati alla “annessione di Sebastopoli” del 2014, come spartiacque tra la globalizzazione solidale e la nuova frammentazione delle potenze mondiali, la “fine della fine della storia”, e forse l’inizio di una storia nuova.

 

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