Con la pace sempre più lontana, più palestinesi di Gerusalemme chiedono la cittadinanza israeliana

Nel 2016 più di mille famiglie hanno fatto richiesta, nel 2003 erano solo 69. I tempi per le procedure sempre più lunghi. Più della metà delle richieste rifiutate. Il controllo d’Israele si rafforza con gli insediamenti. Dietro la richiesta, il bisogno di una vita normale e la paura di perdere la residenza.


Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Il 2016 è stato un anno di picco per le richieste della cittadinanza israeliana da parte dei palestinesi che vivono a Gerusalemme. Secondo il Ministero degli interni israeliano, lo scorso anno sono 1.081 le famiglie ad aver fatto domanda, contro le 69 del 2003. Da allora il numero è andato crescendo, arrivando a 547 nel 2008 e a 704 nel 2013.

A quanto riportato da Times of Israel in un articolo dello scorso settembre, dal 2014 ad aumentare è anche la lunghezza dei tempi di risposta: di più di 4mila richieste individuali ne sono state approvate solo 84, mentre 161 sono state rigettate e le rimanenti restano pendenti.

Gli avvocati dei palestinesi affermano che i loro clienti attendono mesi per avere un appuntamento al Ministero degli interni, e almeno tre anni per una decisione. Secondo uno di essi, Adi Lustigman, c’è “un chiaro legame fra quelle che sembrano innocenti misure burocratiche e l’interesse demografico di Israele di ridurre gli arabi all’interno dei suoi confini, in special modo quelli con diritto di voto”.

I funzionari israeliani negano di voler scoraggiare le richieste. Sabine Haddad, portavoce del Ministero, ha dichiarato: “Non c’è stato un rallentamento nel processo di revisione, ma un numero crescente di domande ogni anno”.

Il procedimento non è solo lungo, ma anche difficile: fonti affermano che dal 2003, su un totale di 15mila domande ne sono state accettate meno di 6mila. I richiedenti devono dimostrare di aver vissuto nella città per almeno tre anni con ricevute di tasse municipali e bollette, e devono anche parlare fluentemente ebraico. Ciò detto, il rifiuto può essere giustificato anche a causa di reati minori o per un veto del servizio di sicurezza Shin Bet.

Il dibattito sulla cittadinanza riflette la condizione irrisolta dei 330mila palestinesi di Gerusalemme, il 37% della popolazione cittadina, a 50 anni dalla conquista e annessione dell’area est della città. La maggioranza dei palestinesi a Gerusalemme dispone di documenti di residenza che permettono di lavorare e muoversi. In caso di viaggi all’estero, devono chiedere un permesso di viaggio rilasciato da Israele o dalla Giordania.

La possibilità di richiedere la cittadinanza era giunta in un momento successivo all’annessione, ma pochi palestinesi avevano deciso di perseguirla, poiché interpretata come accettare l’occupazione israeliana, in contraddizione con le speranze di una Gerusalemme est capitale della Palestina. Ma con la pace sempre più lontana, molti palestinesi affermano di dover essere pragmatici. In questo momento il controllo di Israele su Gerusalemme est, considerata da Tel Aviv come quartiere della capitale, è rafforzato dalla presenza di 200mila coloni israeliani.

Un residente arabo ha dichiarato che avere la cittadinanza ha messo fine a numerose seccature burocratiche. Parlando in anonimato per non essere considerato anti-patriottico dai suoi connazionali, ha dichiarato di averlo fatto per avere “una vita normale”.

Secondo vari sondaggi, il numero degli interessati alla cittadinanza sarebbe maggiore alle richieste, per lo più per via dei benefici pratici che questa comporta. A contribuire, il senso di abbandono che i palestinesi percepiscono verso l’Autorità nazionale palestinese, che governa aree della Cisgiordania ma ha il divieto di operare in Gerusalemme.

Va ricordato che dal 1967 Israele ha revocato il diritto di residenza a 14.500 palestinesi. Per questo motivo, come dichiara Lustigman, i palestinesi vivono nella “costante paura, reale paura, di perdere la loro residenza.”

Ruba Muller, una palestinese 37enne sposata a un tedesco, ha chiesto la cittadinanza proprio per il timore di perdere il permesso di residenza per via dei suoi frequenti viaggi in Germania. “Sono nata qui, sono una palestinese – afferma – non voglio un visto che dice che sono una turista.”

 

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