L’Ortodossia russa contro i Testimoni di Geova
di Vladimir Rozanskij

Il Patriarcato di Mosca afferma la propria estraneità al provvedimento governativo, ma lo definisce “un gesto positivo”. Il bando preoccupa anche i cattolici, che temono “nuove forme di discriminazione”. La “sinfonia” russa tra il trono e l’altare riproduce schemi dei tempi sovietici. La visita delle spoglie di San Nicola in Russia come augurio di unità nella fede della Chiesa indivisa.


Mosca (AsiaNews) - La decisione della Corte Suprema della Federazione russa di proibire l’attività dei Testimoni di Geova, presa lo scorso 20 aprile, sta suscitando reazioni e commenti in Russia e nel mondo, sollevando di nuovo la questione della libertà religiosa nel Paese passato dall’ “ateismo militante” sovietico alla “rinascita religiosa” putiniana.

Le dichiarazioni di Ilarion

In particolare, negli ultimi giorni hanno fatto scalpore alcune dichiarazioni alla Tass del “Segretario di Stato” patriarcale, il metropolita Ilarion di Volokolamsk, presidente del Consiglio per gli Affari Esterni della Chiesa Russa. Il 29 aprile egli aveva diffuso una dichiarazione secondo cui la decisione del supremo tribunale russo, che ha definito i Testimoni di Geova una “associazione estremista”, è stata presa senza alcuna consultazione con la Chiesa Ortodossa. “Vorrei sottolineare che la Chiesa non ha preso parte in alcun modo a questa questione”, ha dichiarato il metropolita. “La Chiesa non fa appelli affinché gli eretici, i membri delle sette o i dissidenti vengano sottoposti a procedimenti giudiziari. Tuttavia, la decisione di proibire i Testimoni di Geova è da considerarsi un atto positivo nella lotta contro la diffusione delle idee settarie, che non hanno nulla in comune con il cristianesimo”, secondo Ilarion. “Non ci sono dubbi sul fatto che i settari rimarranno e continueranno la propria attività, ma almeno smetteranno di mettersi apertamente sullo stesso piano con le confessioni cristiane, e questo è un bene”. Il rappresentante patriarcale ha concluso affermando che “l’attività dei Testimoni di Geova viola le norme del codice civile”.

Il 2 maggio il metropolita è intervenuto a un programma del canale “Russia 24”, rincarando la dose: “Si tratta di una setta totalitaria e pericolosa. Ne sono profondamente convinto, avendo avuto più di una volta la possibilità di parlare con membri fuorusciti dalla setta. I membri di quest’associazione sono pericolosi, perché si avvicinano alle persone per strada e offrono la loro letteratura, presentandosi come un gruppo cristiano. In realtà le loro attività si basano sulla manipolazione delle coscienze. Essi erodono la psiche della gente e delle famiglie”. Inoltre, sempre secondo Ilarion, “essi deformano l’insegnamento di Cristo e interpretano falsamente il Vangelo. La loro dottrina contiene diverse menzogne: non credono in Gesù Cristo come Dio e Salvatore, non riconoscono la dottrina della Santa Trinità, e quindi non possono essere chiamati cristiani”.

La vera e la falsa fede

Nelle parole del metropolita Ilarion, che riflettono puntualmente il pensiero dello stesso patriarca Kirill, sono evidenti le preoccupazioni della gerarchia ecclesiastica per la “concorrenza sleale” dei Testimoni di Geova, in base a una concezione rigida della stessa Ortodossia, chiamata a difendere la “vera fede”.  Egli ha infatti associato il gruppo settario agli “eretici” e ai “dissidenti”, pur affermando che la Chiesa non pretende la loro persecuzione, ma chiedendo che non vengano messi “sullo stesso piano” dei veri cristiani.

Si riflette nelle sue parole lo spirito della legge sulla libertà religiosa del 1997, che mise fine alla “rinascita religiosa” spontanea del post-comunismo e iniziò la vera “rinascita ortodossa” della Russia. Nel preambolo della legge si affermava la superiorità dell’Ortodossia sulle altre “religioni tradizionali” del Paese, vale a dire il cristianesimo (distinto dall’Ortodossia!), l’islam, il buddismo e l’ebraismo. Da allora, le limitazioni alle confessioni non ortodosse sono aumentate di continuo, insieme allo spettacolare rafforzamento delle strutture del Patriarcato di Mosca, che per numero di chiese e monasteri oggi ha raggiunto una diffusione nel Paese mai avuta in tutta la sua storia. Già negli anni ’90, infatti, l’allora metropolita Kirill, nel ruolo oggi rivestito da Ilarion, insisteva in ogni occasione sulla necessità di mettere al bando le “sette distruttive” e distinguere l’Ortodossia anche dalle altre confessioni cristiane “eretiche”, come il cattolicesimo e il protestantesimo, colpevoli di “proselitismo aggressivo”. Per quanto riguarda i “dissidenti”, è singolare che Ilarion abbia usato nella sua dichiarazione proprio il termine sovietico inakomysljashye, i “diversamente pensanti” che negli anni ’70 finivano internati nei manicomi psichiatrici di Brežnev.

L’ingerenza della Chiesa

Il metropolita ha comunque rassicurato sulla “non ingerenza” della Chiesa Ortodossa nelle decisioni della Corte Suprema, affermando di non essere stati nemmeno consultati. In realtà, il consultante e titolare della causa contro i Testimoni di Geova presso il Tribunale, Aleksandr Dvorkin, è un personaggio di spicco della stessa Chiesa Ortodossa, docente e specialista di storia delle sette in molte università, prima fra tutte proprio l’Istituto di San Tikhon, principale centro di cultura del Patriarcato, autore di numerose pubblicazioni e da sempre molto vicino a Kirill e allo stesso Ilarion.

Proprio Dvorkin è a capo del Comitato di esperti del Ministero della Giustizia russo per le questioni religiose, che ricorda da molto vicino il famigerato “Consiglio per gli Affari Religiosi” dei tempi sovietici. Lo stesso Ministro per la Giustizia russo, Aleksandr Konovalov, è uno studente e discepolo di Dvorkin. In effetti non è necessario un intervento diretto delle gerarchie ecclesiastiche, quando gli stessi politici e le persone deputate a sorvegliare sulle questioni religiose sono essi stessi membri eminenti della Chiesa. Questo è ciò che nella tradizione ortodossa viene chiamata “sinfonia” tra Chiesa e Stato, quando la Chiesa proclama le verità della fede, e lo Stato le difende con i suoi mezzi.

Persecuzioni e riabilitazioni

L’aspetto più sconcertante di questa vicenda è che proprio i Testimoni di Geova – perseguitati ai tempi di Stalin - erano stati riabilitati e proclamati eroi della resistenza all’ateismo di Stato, dopo la fine del comunismo. Una delle prime leggi della nuova Russia, approvata il 18 ottobre 1991, fu quella sulla “Riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche”, secondo la quale venivano riabilitati coloro che nel periodo sovietico erano stati condannati secondo l’art. 227 del Codice Penale del 1960, in cui si accusava “l’attività di gruppi di cittadini che, con il pretesto di svolgere funzioni religiose, mette in pericolo la salute dei cittadini violando l’ordine pubblico”. Quasi tutti i sacerdoti, anche ortodossi, furono condannati con quest’articolo, e così i Testimoni di Geova. Questi ultimi subirono dagli anni ’50 diverse deportazioni di massa nelle zone più sperdute della Siberia e dell’Estremo Oriente. Molti anziani, membri della setta, ancora oggi godono di speciali privilegi fiscali e civili in seguito alla riabilitazione. Che cosa è cambiato dal 1991? Se lo chiedono molti osservatori. Di certo non i Testimoni di Geova, la cui attività è ben nota in tutto il mondo e si svolge secondo metodologie del tutto ripetitive, qualunque sia il regime sotto cui si trovano ad agire.

L’opinione dei cattolici

Intanto il segretario generale della Conferenza Episcopale Cattolica russa, mons. Igor Kovalevskij, ha rilasciato il 2 maggio una dichiarazione a una rivista cattolica, secondo cui “la situazione in Russia oggi è complessa e difficile. I cattolici nutrono serie preoccupazioni di dover affrontare, se non delle persecuzioni, per lo meno delle nuove forme di discriminazione e limitazione della nostra libertà di professare la fede”. Secondo Kovalevskij “la legge deve essere applicata a tutti con giustizia… le leggi possono essere severe, ma rimangono comunque inviolabili. Penso che il governo debba dare a tutti una spiegazione chiara dei motivi che hanno portato alla liquidazione di questa organizzazione”.

Il presule cattolico ha concluso affermando che “i Testimoni di Geova hanno lo stesso diritto di difendere la propria dignità nella fede di tutti gli altri cittadini. Anche se la difesa dei diritti dell’uomo non è il nostro compito principale, la Chiesa Cattolica rivendica il diritto di ciascuno alla libertà di coscienza”.

La benedizione di San Nicola

Nel frattempo, cresce in Russia l’attesa per l’arrivo delle spoglie di San Nicola da Bari, che verranno accolte a Mosca il 21 maggio per rimanervi fino a luglio, quando saranno esposte alla devozione dei fedeli a San Pietroburgo fino al 28 luglio. Si attendono milioni di pellegrini a visitare il santo protettore della Russia ed è la prima volta che esse sono esposte nel Paese dal 1073, quando le spoglie del vescovo di Mira furono trasportate a Bari. Secondo il protoierej Maksim Kozlov, uno dei più autorevoli esponenti del Patriarcato di Mosca, questo evento indica che “la Chiesa Ortodossa Russa e la Chiesa Cattolico-Romana hanno finalmente trovato la giusta direzione delle proprie relazioni; è la direzione che si rivolge alla ricerca delle comuni fondamenta nella Chiesa antica indivisa del primo millennio”.

Si spera che la benedizione di San Nicola, uno dei santi più amati in tutto il mondo, aiuti a superare i timori di nuove divisioni e persecuzioni.

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