La Chiesa indiana rilancia la missione per i diritti e lo sviluppo delle popolazioni indigene
di Purushottam Nayak

In concomitanza con la festa internazionale, la Conferenza episcopale promuove un incontro sulla situazione dei gruppi tribali. Essi rappresentano l’8,6% del totale della popolazione e vivono ai margini della società indiana, vittime di violenze e arretratezza. Mons. Mascarenhas: “Proteggere e preservare l’identità delle comunità tribali”.

 


Delhi (AsiaNews) - Assicurare l’applicazione effettiva delle leggi a tutela delle popolazioni indigene, preservandone il linguaggio, la cultura e le tradizioni peculiari, proteggendole dalla perdita di identità. Prestare particolare attenzione ai gruppi tribali più vulnerabili e promuovere una azione decisa contro i trafficanti di ragazze e bambine, che vengono prelevate dai loro villaggi per essere vendute nelle grandi città. Sono solo alcune delle direttive tracciate nella dichiarazione finale del seminario promosso ieri a New Delhi dalla Conferenza episcopale indiana e dal dipartimento per gli Affari tribali della Cbci. Ieri era anche la Giornata internazionale dei popoli indigeni.

L'iniziativa si è svolta in concomitanza con il decimo anniversario della Vishwa Adivasi Diwas, la festa internazionale delle popolazioni indigene. La conferenza aveva come titolo “Dichiarazione Onu sui diritti delle popolazioni indigene nel contesto indiano” ed era incentrata sugli “obiettivi” di sviluppo sostenibile per i gruppi tribali, che rappresentano l’8,6% della popolazione complessiva e sono suddivisi in 705 diverse realtà. 

I tribali sono da tempo oggetto di sequestri forzati, evizioni, espropri, emarginazione sociale, discriminazione e arretratezza economica e sociale. Da qui l’impegno della Chiesa locale, per un miglioramento delle condizioni di vita e una piena parità di trattamento.

Esso passa anche attraverso “la piena applicazione”, come raccomandano i vescovi, dei programmi di sviluppo sanitario, socio-economico ed educativo, oltre che alla nascita di strutture adeguate - scuole, ospedali, etc - all’interno delle stesse aree tribali. Un compito, quest’ultimo, che spetta “al governo e a tutti gli uomini e donne di buona volontà”. 

Alcuni dati emersi durante il seminario confermano la criticità della situazione in India: il 75% delle famiglie tribali vive al di sotto della soglia di povertà. Solo il 19,7% degli appartenenti alle popolazioni indigene ha accesso ad acqua potabile, il 77,4% non dispone di strutture sanitarie. Il tasso di abbandono scolastico è superiore al 70% e il dato sulla mortalità infantile è del 62,1%. Nel solo 2015 il numero totale delle violenze contro membri dei gruppi tribali ha superato quota 11mila e le donne sono fra le più povere ed emarginate di tutta la società indiana. Infine, la scarsa attenzione riservata dal governo emerge fin dai dati relativi al bilancio annuale dello Stato: solo il 2,39% delle risorse è stanziato per migliorare la condizione delle popolazioni tribali, a fronte di un minimo necessario dell’8,6%. 

P. Nicholas Barla, segretario della commissione episcopale per le Questioni tribali e appartenente alla comunità tribale Oraon, originaria dell’Orissa, conferma che “le disposizioni” previste nei diversi piani di sviluppo “non sono state adottate secondo gli schemi previsti”. Egli invita governo e istituzioni a “non lasciare nessuno ai margini dello sviluppo”. 

Gli fa eco mons. Theodore Mascarenhas, segretario generale della Conferenza episcopale indiana, secondo cui “la Chiesa cattolica crede con forza nel lavoro a favore dello sviluppo dei poveri e degli emarginati, senza alcuna distinzione, perché Gesù stesso ci ha insegnato a essere al loro servizio”. Il prelato aggiunge che è desiderio di tutte le istituzioni e organismi cattolici “lavorare in collaborazione con il governo, le Nazioni Unite e le altre organizzazioni locali e internazionali per proteggere e preservare l’identità delle comunità tribali”.

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