Migliaia di Rohingya sono 'al sicuro' in Nepal, ma il nemico è la fame
di Christopher Sharma

Il Paese non riconosce lo status di rifugiato né il permesso di lavoro. Profughi: sappiamo che il Nepal è un Paese povero, ma così stiamo morendo. Ministro nepalese: non c’è soluzione immediata.


Kathmandu (AsiaNews) – Migliaia di famiglie di musulmani Rohingya sono riuscite a mettersi in salvo in Nepal. Tuttavia, il Paese – povero e di dimensioni limitate – nega loro lo status di rifugiato e il permesso a lavorare.

Il Nepal non è fra gli Stati membri della Convenzione Onu sui rifugiati firmata nel 1951, e neanche del Protocollo del 1967 ad essa legato; riconosce la protezione solo ai tibetani e i buthanesi. Nonostante questo, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) è riuscito a istituire alcuni campi profughi per i Rohingya in fuga dal Myanmar attraverso Bangladesh e India. A seguito del giro di vite sui fuggitivi deciso dall’India, più di 40mila di essi hanno abbandonato il Paese per il Nepal.

Salauddin Khan, ospite in uno dei campi dell’Unhcr afferma: “Noi non chiediamo altro che vivere… Sappiamo che il Nepal è povero e che quasi 40 milioni di nepalesi lavorano all’estero. Ma noi abbiamo una sola vita e non vogliamo morire. Se il Nepal potesse riconoscerci lo status di rifugiati, potremmo lavorare qui anche per lavori umili e procurarci da vivere. Per quanto potremo vivere con nient’altro che due pasti donati?”.

Riya Khatun, madre di tre bambini, dice: “Mio marito è stato ucciso in Myanmar e io sono venuta in Nepal con i miei tre figli. Lasciamo stare la loro istruzione e il loro futuro, ora mi preoccupa come dargli da mangiare”. Anche lei è consapevole dei problemi del Nepal, ma lamenta che è “più difficile vivere in un Paese povero senza alcuno status. Noi siamo più al sicuro in Nepal che in India e Bangladesh, nel senso che nessuno cerca di ucciderci, ma soffriamo di più senza soldi, cibo o permesso di lavoro”.

Abu Takir, giovane Rohingya di 18 anni a Kathmandu, racconta: “Nessuno ci attacca, ma stiamo morendo in catene, senza riconoscimento legale o lavoro per guadagnare”.

I Rohingya sono considerati dall’Onu come “la minoranza più perseguitata al mondo”: non rientrano nelle 135 etnie riconosciute dal governo birmano e sono per questo apolidi – senza diritto  di cittadinanza e di voto, adeguato accesso all’istruzione e alla salute o diritto alla proprietà.

Lo scorso 25 agosto, l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), un gruppo rivoltoso istituito anni fa, ha condotto una serie di attacchi che hanno scatenato la risposta violenta delle forze armate birmane.

Intanto, la legge del Nepal punisce ogni giorno di permanenza oltre la scadenza del visto turistico con una multa di sei dollari americani. Un singolo individuo che resti quattro o cinque anni potrebbe ritrovarsi con un debito di migliaia di dollari. E, qualora egli venisse reinsediato in un Paese terzo, non potrebbe lasciare il Paese prima di aver pagato la multa.

Janardan Sharma, ministro nepalese degli affari interni, commenta: “Non è una cosa di cui può occuparsi il ministero. Possiamo solo aiutarli non perseguendoli con l’uso della polizia. Il governo dovrebbe decidere sulla base delle proprie leggi e pratiche. Non possiamo fare niente nell’immediato”.

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