P. Villa: I giapponesi sempre più anziani, afflitti da solitudine

Nel Paese vi sono 2 milioni di ultra-novantenni. Il 27,7% della popolazione ha più di 65 anni. La società “senza legami” costretta a porsi “enormi interrogativi” sul futuro. Le esperienze al Centro d’ascolto. L’ansia per il futuro. Il destino delle ceneri dei defunti senza famiglia. 


Tokyo (AsiaNews) – Il numero degli ultra-novantenni in Giappone ha superato i 2 milioni. I quotidiani giapponesi danno grande risalto a questa cifra record, ma per p. Marco Villa, missionario Pime a Koshigaya (a nord di Tokyo), la vera preoccupante notizia è “sapere che il 27,7% della popolazione ha più di 65anni, età della pensione qui in Giappone, e che l’8,5% della popolazione ne ha più di 80”. Un invecchiamento della popolazione che “pone enormi interrogativi alla società intera” del Giappone, afflitta dalla perdita dei legami e dal dramma della solitudine.

“L’allungarsi della vita e la diminuzione della popolazione produttiva” – afferma il missionario – costringe a chiedersi se “le generazioni più giovani riusciranno ancora a sostenere, con i loro versamenti, le pensioni di quanti fra 20-30 anni raggiungeranno i 65 anni di vita”; chi si prenderà cura della salute fisica e psichica della persona anziana, quando già ora il personale infermieristico o comunque specializzato nella cura geriatrica è insufficiente”; e “con il 30% degli attuali 90enni malati di Alzheimer, [se] si riuscirà nel prossimo futuro ad avere un'assistenza ad-hoc per i disturbi più frequenti dell’età senile”.

L’invecchiamento della popolazione “conferma una tendenza iniziata nell'ultimo decennio: la società giapponese si sta trasformando in una società senza legami. Il legame con la propria terra d’origine, con la propria famiglia, con la realtà dove uno vive, sta diventando sempre più una realtà labile. E a questa perdita si accompagna inevitabilmente il dramma della solitudine, e non solo della persona anziana”.

P. Villa opera da anni nel Centro d’ascolto di Koshigaya, “che ha come scopo la solidarietà con le persone sole e accoglie soprattutto quelle che vogliono stare in compagnia, sentirsi ascoltate, e mangiare con qualcuno”.

Di recente, due esperienze hanno colpito il missionario.

Il signor Nojiri ha frequentato il Centro per poco meno di un anno, con i suoi “87 anni di età e i tantissimi ricordi custoditi con cura dalla sua memoria”, accompagnati però da crescenti e gravi episodi di perdita di memoria a breve termine. Ad esempio, egli non ricordava se aveva mangiato o meno, o “la strada che da casa sua lo portava al Centro”. Questi segni del morbo di Alzheimer hanno allarmato la moglie con cui ha vissuto per 40 anni, dopo la morte della prima consorte, madre delle sue figlie. “Anche lei anziana e con un fratello minore disabile a carico, [la moglie] ha deciso di abbandonare il marito per tornare alla casa materna. Casi di anziani che con difficoltà devono prendersi cura di anziani non sono rari, ma la situazione del signor Nojiri ci è apparsa particolare perché era lui la parte più fragile all’interno della famiglia e tutt’ a un tratto si è trovato a vivere solo, senza assistenza. Le figlie – che non hanno mai avuto un buon rapporto con la seconda moglie e non vivono vicino alla casa paterna – sono intervenute perlomeno riportando il caso del padre al welfare cittadino, che si è premurato di inviare personale che preparasse il cibo a casa di Nojiri e che garantiva assistenza in un centro per anziani di day-service per due giorni la settimana. Il resto del tempo era tutto da occupare e così ogni giovedì Nojiri si presentava al Centro per passare 5-6 ore in compagnia. [Per il Centro] accogliere il signor Nojiri – che voleva cantare, ripeteva le stesse cose in continuazione, e si offendeva per un nulla – significava dare tanto tempo a lui a discapito delle altre persone”. Dopo alcuni mesi, le figlie hanno spostato il padre in una casa di riposo a 80 km da casa sua, “in un ambiente totalmente sconosciuto e senza la compagnia del suo adorato cane. Forse non era possibile fare meglio, ma forse la sua persona meritava più attenzione e amore”.

“Il signor Horiguchi invece ha 79 anni. È andato via di casa quando aveva 15 anni, per venire a Tokyo a lavorare. Un paio d’anni prima la madre era morta e con la nuova moglie del papà non si era mai trovato bene. Lasciata la casa paterna non ha più cercato contatti... e non li ha nemmeno ricevuti. A Tokyo lavora al mercato del pesce e poi in qualche ristorante o hotel, ma non riesce a trovare la persona giusta per sposarsi e farsi una famiglia. È stato più volte in ospedale (le spese ospedaliere sono per il 30% a carico del paziente), non ha risparmi ed è solo. Alla sua età e in uno stato di salute non buono ha cominciato a pensare – con ansia – alla sua morte e alla tomba per custodire le sue ceneri, che nella normalità dei casi sono prese in custodia da un membro di famiglia, ma Horiguchi  la famiglia non ce l’ha”.

Horiguchi si è allora rivolto al comune: “Ormai, oltre all’Anagrafe, alla raccolta differenziata dei rifiuti e alle tante cose affidate ai servizi comunali, in ogni città c’è lo sportello per le persone che non posseggono né una tomba, né un loculo, né alcuno che possa provvedere al servizio di cremazione o prendere il vaso delle ceneri del defunto una volta cremato. Horiguchi ha così deciso di firmare un contratto con l’agenzia funebre che il comune gli ha presentato. È un servizio che il Comune offre ai meno abbienti, a chi non ha entrate superiori ai 180mila yen mensili [circa 1.350 euro]. Gratuitamente il Comune garantisce che un vaso contenenti le ceneri di un defunto non vada mai disperso, e nel caso nessuno ne reclami un qualche grado di parentela venga portato in un luogo comune, ma non è nei desideri di Horiguchi essere dimenticato in una fossa comune. Per usufruire del servizio dovrà trovare il modo di racimolare 250mila yen [quasi 1.900 euro], cifra molto più bassa delle normali spese funerarie, ma il suo desiderio è proprio questo: che almeno da morto possa riposare in pace”.

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