Dhaka: la visita del papa ‘un successo’. I cristiani ‘sale' della società
di Anna Chiara Filice

Le reazioni dei giovani, le speranze per la Chiesa cattolica. Ampia copertura mediatica degli eventi, che ha permesso alla popolazione di scoprire che “i cattolici esistono”. Dall’inviata


Dhaka (AsiaNews) – La visita di papa Francesco a Dhaka è stata un successo; se prima non avevano mai visto la croce, ora i bengalesi scoprono che Dio esiste e che i cattolici vivono nel loro Paese, grazie anche all’ampia copertura mediatica data agli eventi; in linea di massima l’organizzazione da parte del Comitato centrale è stata efficace, ma a volte anche confusionaria. Sono alcuni commenti a caldo raccolti da AsiaNews, all’indomani dell’incontro con i giovani, appuntamento che la concluso la visita pastorale del pontefice in Bangladesh. Ne parliamo con fedeli accorsi da tutto il Paese, alcuni sacerdoti e missionari e p. Jyoti Francis Costa, assistente del segretario generale della Conferenza episcopale del Bangladesh (Cbcb). L’impressione comune è che la presenza del papa è un “fatto eccezionale”, la scintilla di una nuova era per la Chiesa locale e lo zelo missionario.

P. Costa riferisce di aver ricevuto molti messaggi di apprezzamento: “Le persone sono davvero contente, hanno provato il tocco amorevole del Santo Padre nel loro cuore. Tutti i programmi si sono svolti secondo i piani. Anche il card. Patrick D’Rozario [arcivescovo di Dhaka, ndr] si è congratulato con il Comitato organizzativo, che ha lavorato insieme affinchè questa visita fosse un’esperienza spirituale per tutti”.

L’armonia che il pontefice ha sottolineato più volte nei suoi interventi, continua, “è già una realtà in questo Paese. Io credo che la visita rafforzerà ancora di più questo legame, collaborazione e sostegno tra fedeli di diverse religioni. Il messaggio del Santo Padre è stato ascoltato da tutti, anche alla televisione, e questo porterà effetti positivi”.

Una giornalista cattolica concorda: “Non era mai capitato prima d'ora che le televisioni nazionali trasmettessero in diretta la messa al Suhrawardi Udyan Park. E che poi continuassero anche con le edizioni serali a proiettare i servizi sull’ordinazione sacerdotale”. “Questo ci ha reso finalmente visibili – aggiunge un missionario – ora la gente sa che i cattolici esistono. E per la prima volta ha visto la croce di Cristo in televisione”.

A partire da questa visita, continua p. Costa, “il nostro lavoro per i poveri, i bisognosi, gli emarginati, i Rohingya, prenderà nuova forza. È già in corso, e lo sarà ancora di più”. Ora l’aspetto più importante da valutare, suggerisce, “è capire quale eco, quale risonanza avrà da qui a tre mesi, in che modo il messaggio di amore e pace verrà diffuso e assorbito a livello locale nella vita di tutti i giorni. A tal proposito abbiamo in programma un incontro valutativo per il prossimo marzo, in cui condivideremo le esperienze e la ricezione a livello delle singole diocesi. Vogliamo sapere come il popolo cattolico vive gli insegnamenti di papa Francesco e se essi hanno portato a dei cambiamenti visibili”.

Oltre agli aspetti positivi, alcuni cattolici evidenziano critiche, come la mancata partecipazione di un gruppo di bambini di strada, prima invitati a partecipare e poi esclusi dalla messa. O come la carenza di una traduzione simultanea dei discorsi del papa. Questo è il motivo, nota p. Costa, “per cui all’incontro con i giovani non abbiamo assistito ad acclamazioni festose. I maxi-schermo non coprivano tutta la sala, perciò i ragazzi non capivano. E inoltre lo spazio del corridoio che li separava dal papa era molto ampio, quindi non hanno potuto toccarlo. E anche Francesco provava a sporgersi, ma non riusciva a raggiungerli”.

Sulle speranze per la Chiesa del Bangladesh, il segretario afferma: “Spero che la visita sia occasione di un rinnovamento totale del nostro spirito di carità e lavoro pastorale. Spero che sacerdoti, religiosi e cattolici in genere diventino più coinvolti e impegnati, che lavorino con zelo missionario. Dobbiamo imparare a vivere insieme, ne abbiamo bisogno. È importante che le persone imparino come vivere da fratelli e sorelle, rispettandosi l’un l’altro”.

La sfida più grande “è portare il messaggio nelle periferie, nei villaggi rurali dove vivono tanti cattolici. Perché se è vero che il papa è venuto da noi che siamo una ‘periferia del mondo’, allo stesso modo anche noi dobbiamo fare lo stesso, iniziando a coinvolgere le parrocchie, i catechisti”.

I cristiani del Bangladesh, conclude p. Jyoti, devono essere “come il sale. Esso dà sapore al cibo. Noi non siamo tanti, circa 600mila [lo 0,2% della popolazione]. La maggioranza degli abitanti è come il riso, mentre noi cerchiamo di operare come il sale: nelle scuole e università, trasmettiamo valori umani, insegniamo come amarci a vicenda”.

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