Pavel Florenskij, martire della ‘prospettiva inversa’
di Stefano Caprio

Fu ucciso in un giorno di dicembre all’apice del terrore staliniano. Sacerdote, teologo, ma anche scienziato di valore. Collaborò ai progetti di elettrificazione e modernizzazione industriale del Paese. Fu direttore scientifico dell’Istituto Elettrotecnico Sovietico. Ha salvato dalla distruzione la Lavra di San Sergio, il più importante monastero della Russia. Ha rivelato il segreto delle icone.


ROMA (AsiaNews) - Tra i tanti “nuovi martiri” russi dell’ateismo di Stato, ricordati in questo centenario della memoria rivoluzionaria, una figura spicca per la sua profetica originalità e l’unicità del suo destino. Il sacerdote e teologo Pavel Florenskij (nella foto) venne fucilato in un giorno imprecisato di dicembre di 80 anni fa, in quel 1937 che segnò l’apice del terrore staliniano. La sua esecuzione avvenne nel bosco di Sandormokh, nell’estremo nord del Paese, insieme agli altri prigionieri del “lager ecclesiastico” delle isole Solovki, dopo la sua chiusura. Il suo corpo fu gettato nella fossa comune insieme agli altri, e oggi un altare nel bosco ricorda il suo sacrificio.

A differenza di tanti altri intellettuali, padre Pavel non volle lasciare il Paese, pur avendone la possibilità, e non venne nemmeno espulso. Monarchico convinto, tanto da ipotizzare un governo teocratico sotto la guida della Chiesa (seguendo l’ispirazione del suo maestro Vladimir Solov’ev), Florenskij accettò di collaborare con il governo sovietico. Prima di essere sacerdote e teologo, egli era uno scienziato di valore, e collaborò ai progetti di elettrificazione e modernizzazione industriale del Paese. Insegnò matematica al liceo, diresse una fabbrica di materiali plastici, fu direttore scientifico del gigantesco Istituto Elettrotecnico Sovietico; riuscì perfino a ottenere l’incarico di sovrintendente alle Belle Arti, grazie al quale seppe preservare molti tesori della tradizione religiosa, a cominciare dalla grande Lavra di San Sergio, il più importante monastero della Russia di cui fu il curatore per conto del governo. Questo gli permise anche di salvare, in modo molto rocambolesco, le spoglie mortali di San Sergio di Radonež, il patrono della “Santa Russia” medievale le cui reliquie sono ancora oggi venerate proprio nel monastero che porta il suo nome, per il quale nel 1400 il santo iconografo Andrej Rublev aveva dipinto la sua famosa icona della SS. Trinità.

Florenskij aveva conosciuto la prigione già sotto gli zar, dopo un’infuocata omelia di condanna per l’esecuzione di un militare rivoluzionario e patriota, Petr Schmidt, condannato per aver chiesto la convocazione di un’assemblea costituente. Florenskij non era ancora sacerdote, e pronunciò il suo discorso davanti agli altri seminaristi di Mosca; subito dopo fondò la “Fraternità di Lotta Cristiana” insieme agli amici Ern e Elchaninov, anch’essi grandi filosofi di quel periodo chiamato il “secolo d’argento” della Russia. Anch’essi volevano realizzare una rivoluzione, a partire dal Vangelo e dagli ideali della “conoscenza integrale” e della “sapienza cristiana”; un altro filosofo del tempo, Nikolaj Berdjaev, illustrò in alcuni famosi saggi quanto l’ansia apocalittica e rivoluzionaria russa trovasse ispirazione proprio dalla particolare vocazione cristiana della Russia, dalla sua “missione spirituale”.

La partecipazione di Pavel Florenskij all’azione del governo rivoluzionario è quindi particolarmente significativa, proprio per la sua radicale opposizione all’ideologia ateista e comunista in nome di un utopico “socialismo cristiano”. Per oltre 10 anni egli rimase un attivo protagonista della vita sociale e politica, sempre rivestito della sua tonaca sacerdotale; a lui vengono attribuite le parole “meglio andare in rovina insieme al proprio Paese e al proprio popolo, che sentirsi dalla parte giusta senza di esso”.

In quegli anni drammatici e turbolenti, egli continuò a scrivere saggi e trattati di teologia, arte e filosofia, che sviluppavano i principi della sua opera principale, La Colonna e il Fondamento della Verità del 1912, forse il più grande testo di teologia russa. La sua opera rimase oscurata per molti anni a causa della censura, e riscoperta negli ultimi decenni, facendo di Florenskij un autore molto attuale e popolare anche in Occidente. In uno dei suoi trattati, la Prospettiva inversa, padre Pavel rilanciò le autentiche tradizioni dell’iconografia orientale, da tempo dimenticate in Russia, rivelando il segreto delle icone proprio nella diversa relazione con la persona umana. Mentre nella prospettiva occidentale il punto di fuga è al limite opposto dello sguardo, l’icona viene incontro a chi la contempla, che non può più rimanere soltanto spettatore, ma viene coinvolto nell’esperienza di colui che viene rappresentato a immagine dell’Archetipo, l’unica vera immagine dell’uomo, il Cristo. Il martirio di Florenskij e dei suoi compagni diventa così non solo memoria, ma esperienza di comunione possibile a tutti.

 

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