Cristiani e musulmani siriani: dalle ferite comuni un futuro di pace
di Sandra Awad*

Un pranzo aperto a fedeli di tutte le religioni per rispondere alla campagna di Caritas Internationalis “Share the Journey”. Dalla diffidenza iniziale alla testimonianza reciproca delle sofferenze patite nel conflitto. La speranza di una riconciliazione futura che possa abbracciare “tutto il Paese”. La madre di Homs e il suo figlio rapito.

 


Damasco (AsiaNews) - Un pranzo che unisce cristiani e musulmani e diventa occasione per condividere esperienze di guerra, di sofferenze, di divisioni. Scoprire che il conflitto non ha risparmiato alcuna famiglia, che pur partendo da fedi diverse ci si ritrova uniti nel dolore, e che insieme si può avviare un cammino di ricostruzione capace di edificare ponti sulle macerie e raggiungere una pace che deriva dal profondo dei cuori. È quanto emerge dalla testimonianza affidata ad AsiaNews da Sandra Awad, responsabile Comunicazione di Caritas Siria, 40 anni, sposata e madre di due figli, nel contesto dell’iniziativa “Share the Journey” lanciata da Caritas Internationalis. Una sfida per un Paese giunto ormai all’ottavo anno di guerra, ma che non smette di sperare in una “riconciliazione” che sappia “abbracciare tutto il Paese”.
Ecco, di seguito, la testimonianza della responsabile Caritas. Traduzione a cura di AsiaNews:

Quando abbiamo ricevuto la mail in cui veniva illustrato il tema della nuova campagna di Caritas internazionale e altre Ong sul tema “Condividere il viaggio “ (#sharejourney), che incoraggia comunità locali ad accogliere e integrare i rifugiati, ci siamo sentiti confusi. Come possiamo adottare questa campagna, qui, in Siria? Quale parte della società potrebbe essere considerata ospite? Quali vanno inclusi nella categoria dei nuovi arrivi? In Siria non abbiamo rifugiati. 

Siamo tutti un’unica società che molto ha sofferto durante la guerra, che non ha risparmiato alcuna famiglia con il suo impatto nefasto. Abbiamo ritenuto che questa campagna non potesse andar bene per i siriani e non abbiamo fatto un grande sforzo per aderire, fino al giorno in cui abbiamo ricevuto una mail dalla Caritas internazionale che invitava a condividere un pasto coi rifugiati. 

Alla fine abbiamo deciso di partecipare a questa iniziativa organizzando un pasto per alcuni sfollati ai quali garantiamo aiuto, di religioni diverse fra loro, e abbiamo scelto come data il 23 giugno scorso. L’evento si è tenuto in una salta del complesso della chiesa ortodossa della Santa Croce (Damasco). Oltre agli assistiti, erano presenti anche vescovi e sacerdoti della Chiesa cattolica. 

In un primo momento eravamo molto preoccupati per la riuscita dell’evento. Quale sarebbe stata la reazione dei vescovi cattolici, visto che li avevamo invitati in una chiesa ortodossa? Come avrebbero interagito i beneficiari durante l’evento stesso? Essi sono un misto (e lo specchio) della società siriana: musulmani, cristiani, alawiti, drusi… Siamo una nazione che soffre da quasi otto anni a causa della guerra; distanza e separazione fra persone sono diventate vieppiù sempre più profonde. Tutti soffrono e i cuori sono colmi di odio e dolore. 

Nonostante le nostre preoccupazioni, abbiamo organizzato i posti per ospitare il maggior numero di famiglie di fede diversa, le une accanto alle altre, allo stesso tavolo. 

Poteva essere una decisione rischiosa, ma non potevamo fare altrimenti e le nostre preoccupazioni si sono rivelate fondate. Quando le famiglie hanno iniziato ad arrivare nella sala, la tensione era alta; una signora anziana ha avvicinato una delle nostre operatrici e le ha chiesto di non metterla accanto ai musulmani, perché erano stati loro a sequestrare il figlio. 

Per puro caso, il mio posto era proprio accanto a questa donna, che non sembrava certo essere felice. Ho iniziato a parlarle, per farla sentire il più possibile a suo agio. E ho saputo che è una sfollata che viene da Homs, Cinque anni fa gruppi armati hanno fatto irruzione nel suo quartiere, colpendo il suo figlio più grande fino a fargli perdere conoscenza. Oggi questo figlio soffre di problemi mentali provocati dall’incidente. Il fratello minore ha ricevuto più di 10 proiettili nella gamba destra, che gli hanno determinato una disabilità permanente. Il terzo è stato sequestrato assieme alla moglie e al figlio di un anno e, da allora, non ha ricevuto più alcuna notizia su di loro. 

“Vorrei tanto che costoro mi avessero preso un occhio, un rene, o persino il mio cuore, ma non portarmi via mia figlio…” raccontava, in preda alle lacrime. 

Le ho poggiato la mano sul braccio e ho cercato di consolarle il cuore ferito, con cura e attenzione. Dopo che si è calmata un pochino, le ho detto: “Ogni famiglia in questo Paese ha sofferto molto, Vede questa donna con il velo, che siede al nostro tavolo? Ha perso il marito, ucciso qualche anno fa da un colpo di mortaio; il figlio ha perso la gamba. Ora si prende cura dei quattro figli, uno dei quali è disabile, e lo fa da sola, senza alcuna fonte certa di reddito”. 

La donna ha guardato la vedova e i suoi occhi si sono riempiti di lacrime, poi ha aggiunto: “Sì, abbiamo sofferto tutti per questa guerra, e ciascuno ha il proprio dolore”. 

Quanto accaduto con la donna anziana è stato ascoltato da tutti i presenti; da qui è nato l’invito a condividere il racconto della propria esperienza personale durante il pasto. Un uomo ha raccontato di essere stato sequestrato e torturato per due anni da gruppi armati, parlando davanti a tutti della sua tragedia. Ha chiesto ai presenti di pregare per suo fratello, rapito insieme a lui e di cui non si hanno più notizie. Dopo che questo uomo coraggioso ha parlato, molta gente - uomini e donne - hanno condiviso la propria storia con gli altri. Alla fine della giornata, e sotto la guida dei vescovi presenti, abbiamo pregato tutti insieme, cristiani e musulmani, chiedendo a Dio la pace, il perdono e che l’amore possa riempire i cuori di tutti i siriani. 

Il riscontro che abbiamo ottenuto e che tuttora riceviamo dalle persone invitate all’evento ci mostra che possiamo non solo sfamare affamati con un ricco pasto, ma che possiamo anche toccare i loro cuori nel profondo, per iniziare un percorso di perdono e di ricostruzione dei legami fra la gente. Caritas Siria ha potuto così partecipare alla campagna “Share the Journey” a modo proprio, e speciale, all’insegna della “riconciliazione”. Speriamo che questo evento sia il primo passo di un cammino di ricostruzione capace di edificare ponti sulle macerie, e aiutare a raggiungere una pace che deriva dal profondo dei cuori e che sappia abbracciare tutto il Paese. 

* Responsabile della Comunicazione Caritas Siria

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