Per Kirill, il martirio dello zar Nicola II fu colpa dell’Occidente
di Vladimir Rozanskij

Il patriarca di Mosca ha guidato il pellegrinaggio ai luoghi dell’eccidio dello zar e della sua famiglia. Le idee di progresso e benessere venute dall’occidente alla base della rivoluzione. “Rigettare le tentazioni che vengono dall’estero”, come ai tempi di Dostoevskij.


Mosca (AsiaNews) - La notte del 16 luglio scorso, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha guidato il pellegrinaggio sui luoghi del martirio dello zar Nicola II e della sua famiglia, insieme ai vescovi riuniti nella speciale sessione del Sinodo. La solennità era stata preparata nei giorni precedenti dalle celebrazioni per i 1030 anni del Battesimo della Rus’ di Kiev, che secondo le parole del patriarca fu “l’avvenimento che segnò una svolta nella storia dei popoli slavi, indicando la strada della civiltà slava, dal buio dei falsi ideali alla rivelazione della verità divina”.

Nell’omelia a Ekaterinburg, all’apertura delle cerimonie, egli ha voluto sottolineare che l’assassinio dello zar è “la conseguenza del pernicioso influsso della filosofia proveniente dall’estero, che ha portato alla negazione di Dio, alla dimenticanza dei comandamenti e alla perdita di un vero rapporto spirituale con la Chiesa”.

Secondo Kirill, tale influsso risale alle sconsiderate ansie dell’umanità per il progresso delle proprie condizioni materiali. Chiedendo “Quando è avvenuto tutto questo, e perché è avvenuto?”, egli ha indicato in modo generico i secoli delle tante rivoluzioni culturali e sociali nel mondo occidentale, “finché in un certo momento della storia è come se il treno fosse deragliato, quando il macchinista non ha più controllato la velocità in una curva pericolosa, gettandosi verso la catastrofe”.

Secondo il patriarca, il popolo russo è stato investito dal folle treno “quando pensieri a noi estranei, ideali estranei, mentalità estranee, formate da opinioni politiche e filosofiche che non avevano niente in comune con il cristianesimo, con le nostre tradizioni nazionali o la nostra cultura, hanno cominciato ad essere accolte dall’intelligentsija e dall’aristocrazia, perfino da una parte del clero, come fossero pensieri che portano al progresso, e seguendoli fosse possibile cambiare in meglio la vita del popolo”.

Già nel corso del 2017, durante il centenario della rivoluzione, il capo della Chiesa russa aveva più volte ripetuto che le colpe della catastrofe russa erano da attribuire agli intellettuali e agli influssi occidentali. Normalmente si considera sia stato Pietro il Grande nel 1700 ad aver introdotto in modo forzato la cultura occidentale nel Paese, anche se la scolastica dei gesuiti, tramite la Polonia, aveva già penetrato la Russia fin dalla fondazione dell’Accademia teologica di Kiev nel 1625.

L’imperatore “occidentalista” Pietro I, in effetti, era ossessionato dall’idea del progresso tecnico e materiale della Russia, che voleva portare al livello degli altri Stati europei. Secondo Kirill, “questa idea di cambiare in meglio la vita del popolo è sempre presente, quando si modifica forzatamente il corso della storia... le rivoluzioni più terribili e sanguinarie sono sempre state fatte in nome del popolo e del suo benessere, convincendo la gente che il meglio può venire solo dal sangue e dalla morte, distruggendo il sistema precedente”.

Il patriarca ha quindi invitato tutti a rigettare le “tentazioni provenienti dall’estero”, che diffondono illusioni sul futuro benessere della Russia: “La lezione principale da ricordare è che non dobbiamo fidarci delle promesse di una vita felice, non dobbiamo riporre speranze in aiuti che vengano da fuori, da persone più istruite e avanzate di noi”. La fiducia deve essere riposta in Dio e nella sua Chiesa Ortodossa, che guida la missione del popolo russo nella storia, e negli uomini da Dio scelti per rappresentarlo. Come l’innocente zar Nicola, “che non aveva infranto leggi e non aveva abbandonato Dio”.

Le parole di Kirill ripropongono la tesi slavofila dell’originalità insita nell’anima russa, custode della vera Ortodossia e portatore della vera “bellezza” spirituale, come si esprimeva il grande scrittore Fëdor Dostoevskij. Il monito del patriarca ricorda infatti quello di uno dei personaggi dell’Idiota, la contessa Elizaveta Prokòf'evna, di ritorno dall’Europa: «Adesso basta con le esaltazioni; è tempo di mettere giudizio. Tutto questo vostro estero, questo decantato Occidente, questa vostra Europa, non sono altro che fantasia; e noi stessi, quando siamo all’estero, non siamo che fantasia… Ricordatevi delle mie parole, e vedrete!».

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